Accantonato il sound semi-acustico dell’esordio “The Animal”, il giovane Richard Walters ripropone la squadra vincente e la produzione di Bernard Butler per allargare il fronte del successo.
Il songwriting è messo a disposizione di un sound che ricalca le gesta gloriose del britpop, rinuncia al carattere più introspettivo del precedente capitolo e libera una serie di riff tanto piacevoli quanto prevedibili.
I graziosi equilibri elettro-acustici di “Mattress Fire”, che rimandano ai Keane, le orchestrazioni ricche di beat e ritmo di “Where We Stand” e le liriche svenevoli in stile Take That–Adele di “14 Days” rendono l’album privo di qualsiasi spunto emotivo.
È difficile comprendere il coinvolgimento dell’ex Suede, visto che nessun brano supera la mediocrità e la noia spesso si trasforma in irritazione (ad esempio nell’insulsa title track “Pacing”), mentre la spensieratezza resta in sottofondo senza liberare la fantasia in “Elephant In The Room”.
Nonostante una maggiore attenzione ai dettagli e all’insieme sonoro, il nuovo album di Richard Walters fallisce lì dove “The Animal” era vincente. La fragilità dell’esordio garantiva al flebile songwriting del musicista un po’ di fascino retrò, ma qui l’inconsistente e borioso insieme di riff e svolazzi armonici sommerge ogni buona intenzione o intuizione.
Confesso di aver concesso molte chance a “Pacing”, visto che la musica pop richiede ascolti intensi e continui, ma nonostante il tour de force nulla di queste dieci tracce ha scalfito la mia sensibilità. Se avete fiducia nel mio giudizio potete stare alla larga da questo album, ma se siete curiosi vi auguro buona fortuna.
06/10/2011