WU LYF

Go Tell Fire To The Mountain

2011 (Lyf) | art-rock

Ormai hanno perfettamente capito l'antifona anche in Italia: per far parlare di sé bisogna starsene zitti. Nella società dello spettacolo imploso, infatti, l'anonimato della pura invisibilità rimane probabilmente l'ultimo infallibile viatico per la massima esposizione alla chiacchiera. Lo sanno bene i manchesteriani (e alla luce di Delphic, Everything Everything e Hurts si può ormai parlare di una Manchester renaissance in piena regola) WU LYF, acronimo per il ben più roboante "World Unite! Lucifer Youth Foundation", band che fino a qualche tempo fa non aveva né una pagina Myspace né un volto preciso, soltanto qualche video enigmatico postato su Youtube e un vezzoso sito monopagina che nel frattempo si è tramutato in una sorta di scatola nera stipata di manifesti post-situazionisti in sedicesimo e collage multimediali neodada, in attesa della rivoluzione imminente.

Sebbene siano in quattro, il termine più appropriato da spendere per i WU LYF è quello di collettivo o, tutt'al più, di società di produzione, no profit e rigorosamente autogestita, che vanta con orgoglio qualcosa come cinquecento affiliati tra musicisti, pittori, designer, liberi pensatori, grafittari, poeti o semplici criminali. Un organismo policentrico in bilico fra gli happening del gruppo Fluxus e le posse anarco-marxiste della Londra squatter e post-punk di Scritti Politti e London Musicians' Collective, magistralmente rievocata dalle ricostruzioni storiografiche di un narratore d'eccezione come Simon Reynolds. Tuttavia i programmatici WU LYF ci tengono a precisare che la loro musica è essenzialmente "heavy pop", curiosissimo pastiche (da prendere con generoso beneficio d'inventario) di psichedelia, art-punk melodico, post-rock e musica che vien quasi la tentazione di definire sacra (quell'organo un po' ovunque...), pensata e creata appositamente per l'apocalisse pop che ci sta inghiottendo tutti.

I fatti per ora danno ragione ai quattro ideologi in erba, nel senso che dal Guardian a Pitchfork, dopo singoli a tiratura limitata andati praticamente polverizzati in poco meno di una frazione di secondo, il disco sta lasciando dietro di sé una lunga scia zigzagante di cuori spezzati e accoratissimi panegirici. Tra chi li considera addirittura come l'equazione risolta tra la cialtroneria megalomane dei concittadini Happy Mondays e il millenarismo degli Swans, e chi, più lucidamente e con maggiore acutezza, parla di Explosions In The Sky, Wolf Parade, Built To Spill e certi Modest Mouse, è tutto un rincorrersi per il desktop di nomi convulsi e analogie senza freni. Quello che resta, una volta messi a tacere gli idoli del foro, è un album più che buono, marchiato a fuoco da voci caratteristicamente aguzze e sbraitanti e dal suono di chitarre che disegnano con tratto liquido paesaggi aspri e vaporosi, in bilico tra il post-rock piegato alla canzone e un messale liturgico di preghiere elettrificate (si goda ad esempio il gigantismo di scorci pittoreschi come "Such A Sappy Dog", soprattutto la seconda metà, "We Bros" o "Dirt"). In pezzi come "Heavy Pop" o "Cave Song" si ha poi quasi la sensazione di risentire i primissimi British Sea Power che riscrivono da capo i soliloqui di Captain Beefheart, ed è tutto dire...

Per il momento dunque, hype o non hype, il quartetto dimostra di sapere fin troppo bene quello che sta facendo e di volerlo fare nel migliore dei modi possibili. Difficile capire ora dove possano arrivare ma, e ci sono pochi dubbi al riguardo, quel che già si può sentire li porterà abbastanza lontano. Nel frattempo, buona apocalisse a tutti.

(23/06/2011)

  • Tracklist
  1. L Y F
  2. Cave Song
  3. Such A Sad Puppy Dog
  4. Summas Bliss
  5. We Bros
  6. Spitting Blood
  7. Dirt
  8. Concrete Gold
  9. 14 Crowns For Me & Your Friends
  10. Heavy Pop
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