La band pugliese degli Acomeandromeda debutta con "Occhio Comanda Colori", un disco che cerca nobilmente di evitare la rozzezza del materiale di partenza attraverso alcuni accorgimenti: lo slancio istintuale, simbolo ne è il canto a due voci modulato in vari registri, gli stilemi del rock progressivo (flauto, cambi di tempo, synth sinfonico, canzoni che sfociano in altre), l'apporto dell'elettronica, non solo per tenere fede al nome e alla facile estetica di superficie, ma anche per dare tono (orchestrale) e ironia (effettistica).
La band-track, "A come Andromeda", è uno sprint grunge con lamentazioni alla Afterhours, idem per la Negramaro-esca "Il mio non compleanno", più nervosa nella sua gragnuola di riff e elettronica.
Testi poetici dai lessemi con licenze ermetiche sono ben esemplificati da "Senza K", accompagnati da un'apocalisse alla Tool, seguita dall'articolata "Tupatuttuttutu-Booo", fino a spegnersi in una coda allucinata e malinconica per flauto, sibili di synth e tom psichedelici, con voci a cappella a ridestare la distorsione nel finale, l'episodio più sofferto del disco. Dopo una "Regina del mio Io", ballata in due tempi con nuove spezie psichedeliche (flauto Peter Gabriel-iano e synth ondeggiante), e "Pioggia pietra e terra", dalle armonie vocali effettate (e sviluppi quasi acid-rock), "Skizofonia" rompe gli indugi per darsi a una rabbiosa storpiatura della "Gimme Some Lovin'" dei Spencer Davis Group.
Purtroppo, sia il crossover hard-funk de "Il pastrano nero" che gli effetti elettronici a far da contraltare al canto inferocito in "Tempesta" suonano forzati. La conclusione mostra la stessa natura ondivaga: quanto più la band aumenta della posta intellettuale, tanto più perde la bussola. Il crescendo di "Antonella e le sabbie di lame" passa da un elegante stasi lounge con piano rarefatto (l'altra faccia della loro rabbia esistenziale) a una baraonda di chitarre e voci armonizzate. La vastissima "Dobar Zivot" è ancor più sorprendente: attacca un rosario della chitarra sconsolata, mentre le voci "implose" mostrano il punto più basso della loro depressione, quindi una nuova coda lisergica si protrae per minuti in una bruma elettronica, fino a far detonare un curioso, caotico, astratto collage-mixtape delle precedenti canzoni. E' uno dei momenti più agghiaccianti della musica rock italiana 2012 (pur stirato fino all'autocompiacimento).
L'estetica di superficie, copertina compresa (Piero Gigante), è fuorviante: "A Come Andromeda" fu un mitico serial tv di fantascienza italiano dei primi anni 70. In profondità è invece un disco d'ira e che ispira ira. Molti mezzi a disposizione, a volte usati in modo realmente brillante, altre volte brutalmente raffazzonati. E' un disco sfinente per via del ritmo acceso, dell'inclinazione all'effetto sorpresa, anche se mai vero shock, per le continue ascese e ricadute, per la prassi (squinternata) con cui stira e infierisce sulle fibre melodiche. Formazione: Vito Indolfo (voce e flauto, anche paroliere), Willy Elefante (voce, tastiere, synth, piano, anche co-autore e arrangiatore), Andrea Manghisi (chitarre), Matteo Tanzi (basso), Michele Manghisi (batteria). Ringraziamenti speciali a Katerina Fedorovna ("Umiliati e offesi", Dostoevskji) e a Dio.
21/03/2012