Caroline Keating

Silver Heart

2012 (Glitterhouse) | alt-pop

Dannati giornalisti. Per darsi un tono e convincere chiunque a puntare sul cavallo che dicono vincente, sarebbero in grado di fare carte false. Falsissime. Prendete ad esempio Caroline Keating, qui al debutto dopo un interessante omonimo Ep autoprodotto nel 2008. Chiamata in causa dai solerti autori della Cbc, è stata descritta senza mezzi termini come “il punto di incontro filosofico e musicale tra la newyorkese Regina Spektor e la sua connazionale Feist”.
Fossimo in lei, forse ci offenderemmo oltremodo davanti a tanto pressappochismo. Davanti, soprattutto, a questo perenne ragionare per soli nomi noti, per non andare (e non far andare) mai un palmo oltre il proprio naso.
E sì che invece di indicazioni sul suo stile e le sue volontà, la simpatica Caroline ne ha disseminate su tutto il campo di gioco. La prima, assoldare Jeremy Gara degli Arcade Fire come batterista. La seconda, chiamare Sebastian Chow degli Islands al violino. Un'altra, perché tre è il numero perfetto, farsi produrre il disco da quel Drew Malamud già sorpreso con le mani in pasta su i lavori di Metric, Stars e Grizzly Bear.

Ci sono dischi che bisogna ascoltare di giorno, e altri di notte. Questo è un disco adatto per il pomeriggio fino all'imbrunire, non c'è niente da fare. Certi suoni dilatati, lievi e meditativi, si infilano meglio tra le piaghe del cervello quando la giornata lavorativa volge a conclusione, le luci si fanno pastello e tutti i pensieri possono prendersi il proprio sacrosanto spazio.
Suggerirei allora, al posto del prossimo Aperol Spritz che non vi porta a nulla oltre ai cinque euro in meno in tasca, l'iniziale “Ghosts”. Non plus ultra in questo genere di sensazione, tra Tori Amos e la Kate Nash più apprezzabile, con un bonus considerevole se si considera il comune volercela imporre come l'ennesima ragazza col piano (oppure con la chitarra) che popola l'universo alt-pop.

Se in “They Say” abbraccia una certa vena disarmonica che potrebbe ricordare in misura tenue il lirismo più sognante di una Leona Naess, in “So Long, Solance” l'autenticità del tocco è compiuta: i suoni eterei si evolvono verso un clima carico di pathos, il piano (sorretto solo dal violino di Chow) diventa estensione del proprio umore personale e l'indulgenza pop – comunque piacevole ed equilibrata quando si presenta, per dire, in “The Pier” - lascia spazio a sufficienza per i propri pensieri più intimi e ombreggiati.
Anche la ricerca svolta sulla propria voce ha un'importanza considerevole. Non nel senso di una Diamanda Galas, si capisce, ma anche in lei c'è un'indagine di costrutti personali e lirici che la pone qualche spanna (se non “sopra” almeno) altrove rispetto alla solita “vocettina” femminile buona solo per essere passata in radio.

“Silver Heart” è in definitiva un disco con una volontà di fuoco, più che d'argento. Concreto e definito. Ci si accartoccia che è un piacere su “Gatsby” o sull'ammissione di colpevolezza di “Billy Joel”: inaspettata confessione che si rivela simpatico omaggio al cantante, pianista e compositore statunitense.
Caroline Keating non si vergogna neanche a giocare sulle ritmiche su “One” né a scherzare con le ballate vagamente romantiche (“Lusty Dusty”). Semplicemente non si vergogna di essere se stessa. Per essere all'inizio della sua carriera, non è affatto male.

(19/11/2012)

  • Tracklist
  1. Silver heart
  2. Ghosts
  3. They say
  4. The pier
  5. Lusty dusty
  6. Billy Joel
  7. So Long, Solance
  8. One
  9. Gatsby
  10. Montreal
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