“Salt” è un’elegia fragilissima, appesa ad un cielo stellato in cui le stelle esplodono qua e là, ma senza far rumore e condotta da una voce (quella di Paul Duncan) che si muove tra tono confidenziale e invisibili strappi emozionali.
Si apre così questo nuovo lavoro di Oren Ambarchi, spiazzando un po’ quanti sono abituati alle sue peregrinazioni sonore. Ma è solo uno specchietto per le allodole, perché parte la traccia numero due (“Knots”, con il contributo di Eyvind Kang in fase di arrangiamento) e ti ritrovi imprigionato in una lunghissima odissea di oltre trentatré minuti (!!!), in cui il chitarrista australiano mette a punto una vischiosa jam in cui la sua arte manipolatoria – fatta salva una prima parte poco incisiva – incide momenti piuttosto interessanti (anche se non esenti da un certo grado di autoindulgenza), spingendo verso vette distorte, scolpendo accumulazioni materiche, diffondendo suggestioni oniriche e trasformando, come si ascolta negli ultimissimi minuti, le corde della sua chitarra in una piccola centrale rumorista.
Per “Passage”, invece, per le sue trame minimaliste e sfuggenti (costruite con tratteggi essenziali di pianoforte e chitarra, vocalizzi angelici e texture delicatissime), la press release della Touch rimanda al minimalismo non-accademico dei nostri Roberto Cacciapaglia e Giusto Pio, anche se non inopportuna appare la voce “new age”. A conferma della sua voglia di spiazzare, il disco si chiude con la cover di “Fractured Mirror”, brano che nel 1978 chiudeva l’omonimo esordio di Ace Frehley dei Kiss. L’hard-rock trasformato in un carillon rileyiano…
27/07/2012
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