Pet Shop Boys

Elysium

2012 (Parlophone) | pop

Secondo la mitologia greca e romana, alle anime di coloro che erano amati dagli dei era concesso di raggiungere un luogo, i Campi Elisi, contraddistinto da campi fioriti e una serenità perenne. È con un certo stupore, e non senza qualche sinistro presagio, che ci si accinge ad ascoltare il nuovo album dei Pet Shop Boys, intitolato "Elysium" - perché non è chiaro, dalle prime battute, dove i maestri dell'arte del pop Neil Tennant e Chris Lowe si posizionino, da quale parte della staccionata.
Perché loro un po' dei lo sono, e lo dimostra un curriculum che, seppur non esattamente senza macchia, li ha elevati allo status di classic act. Il loro pop elettronico, il loro saper rinnovarsi senza cancellare la propria identità e la facilità con cui passano da Trevor Horn al Balanescu Quartet, dalla chitarra di Johnny Marr alle contaminazioni latine fino ai tuffi nel mare immenso dell'easy listening - già con Elton John ripresero "Alone Again (Naturally)" di Gilbert O' Sullivan, mentre ora tra le b-side, reparto in cui sono sempre stati qualche spanna sopra la concorrenza, troviamo il tributo a Robin Gibb "I Started A Joke" - li hanno resi sempre più interessanti della media, e anche i testi di Neil - arguti, forbiti, originali, capaci di dissimulare l'amarezza con la giusta dose di british humour - hanno fatto egregiamente la loro parte per trenta lunghi anni. Però, per quanto raggiungere l'Eliseo (come dicevamo) sia un privilegio per pochi, si tratta pur sempre di qualcosa che si acquisisce dopo la morte.

"Rendez-vous on Champs Elysées...". Partiva così, una strofa di "Trans-Europe Express" dei Kraftwerk. I più attenti ricorderanno che i Campi Elisi furono citati anche da Tennessee Williams nella sua opera teatrale "Un tram che si chiama desiderio", la cui prima italiana con la regia di Franco Zeffirelli avvenne presso il teatro Eliseo di Roma. Mondi che non potrebbero essere più distanti, quello dell'elettronica teutonica (Neil e Karl Bartos hanno collaborato entrambi, in momenti diversi, con gli Electronic), del teatro (evocato non solo in "The Theatre" e nel "Sodom and Gomorrah Show") e del cinema italiano (i nostri hanno avuto l'onore di collaborare con Angelo Badalamenti ed Ennio Morricone) ma che nella proposta dei due si sposano straordinariamente bene da sempre.
Un segreto che neppure stavolta ci svela il buon Neil Tennant, cinquantotto primavere compiute lo scorso 10 luglio, da sempre affascinato dal tema dell'identità - era lui che, ai tempi del capolavoro "Very", cantava di "pensare, a volte, di essere troppe persone allo stesso tempo".

Lo abbiamo conosciuto in varie vesti, nel corso della sua lunga carriera: cinico entrepreneur che la sa lunga in "Opportunities", gigolo in "Rent", lingua biforcuta in "How Can You Expect To Be Taken Seriously?", commentatore sociale in "Shopping" e "I'm With Stupid", sfigato che esce con la ragazza più ambita della scuola in "Bet She's Not Your Girlfriend" e, per non farsi mancare niente, padre gay di Kylie Minogue ("In Denial"). Sempre lieve, capace di far andar su la temperatura del kitsch senza mai superare i livelli di guardia, ma spesso anche profondo nelle sue analisi.
In "Elysium" emerge Neil il fatalista, un uomo saggio ma sempre più solo, che si interroga sulla vita e la morte, che ci sprona a goderci il momento "finché dura", che sente che il tempo passa inesorabile e prende atto di non esercitare più sugli altri lo stesso appeal di un tempo. A tratti è sfuggente, persino "invisibile". Un uomo provato dalla perdita di amici, che in cinque anni ha salutato per l'ultima volta i propri genitori. Insomma, siamo di fronte a un Neil che ha decisamente meno voglia di scherzare, e cui non interessa neppure stupirci, confezionando una collezione di dodici canzoni ben assortite, anche se non sempre riuscite.

Chris Lowe fa bene il suo dovere come sempre, con pattern non originalissimi ma sempre opportuni, rifiniti in laboratorio stavolta negli States insieme ad Andrew Dawson. Non ci si spaventi: i due signori inglesi non hanno deciso di vestirsi come ventenni e giocare a fare i Kanye West della situazione, perché l'abile produttore si dimostra qui in grado di sintonizzarsi con il suono e il mondo dei Pet Shop Boys senza stravolgere alcunché.
Qualche colpo da maestro c'è ancora: "Leaving" è memorabile quanto basta e ci riporta, per un attimo, a "Getting Away With It" (Electronic) evitando tuttavia il facile effetto deja-vu; "Invisible" ci conduce in territori contigui al Moby chill-out (ma anche al cupo "Nightlife") mentre "Winner", scelto come primo singolo (probabilmente per trarre vantaggio dalla concomitanza dei giochi olimpici londinesi) suona come una "Se A Vida E" scritta però ai tempi di "Release". Dovrebbe essere un'esplosione di gioia, e invece c'è una netta sensazione di malinconia ("Enjoy it all/While it lasts").

Spossati, quasi non vogliamo credere che ci sia tanta tristezza nel Neil di oggi e lo seguiamo, nascosti, mentre sale sul taxi. Anche lì abbiamo un sentore strano: "I still quite like some of your early stuff". Eh sì, mr. Tennant, sei in giro da un bel po' e ancora c'è chi ascolta "West End Girls", "It's A Sin" e "Domino Dancing" ma non ricorda i pur meritevoli "Fundamental" e "Yes". Lì per lì il nostro non dice niente, ascolta, ci scriverà una canzone, anche se col groppo in gola si trasformerebbe facilmente nella Norma Desmond della situazione. "Io ci sono ancora, e sono ancora grande: sono le classifiche che si sono ristrette!", gli verrebbe da dire parafrasando l'indimenticata stella del cinema muto di "Viale del Tramonto".
Linee di synth a festa giocano a rincorrersi e si fanno lo sgambetto in "A Face Like That", che ci riporta per un attimo dalle parti del penultimo lavoro (e a "Relentless"), e "Breathing Space" conquista con la saggezza sorniona: "quando la nostra vita è in affanno, abbiamo poco tempo e la nostra musa non ci viene in soccorso, fermiamoci e facciamo un respiro profondo".

Non sappiamo davvero a chi si riferiscano Neil e Chris in "Ego Music" - tra "vacuum slogans" e "fake humility" è facile pensare a qualche star usa e getta oltremodo ossessionata da se stessa. Oltre a risultare uno sparare nel mucchio piuttosto prevedibile e un tantino pedante e generico, il testo in questione è corredato da una delle melodie più deboli della storia del duo.
Le cose vanno meglio, ma solo fino a un certo punto, con "Hold On": il brano attinge da "Eternal Source of Light Divine", un'ode di Georg Friedrich Händel scritta per il compleanno della Regina Anna nel 1713 - anche qui c'è un tentativo di riallacciarsi al passato prossimo, visto che appena nel disco precedente c'era una citazione dello "Schiaccianoci" di Tchaikovskij in "All Over The World". "Tieni duro, ci dev'essere un futuro": un messaggio rivolto alle vittime della recessione economica o qualcosa in linea con lo slogan "It does get better" contro il bullismo (specialmente omofobico)? Le intenzioni, pur buone, restano tali solo sulla carta.
Così come in "Yes" c'era "Beautiful People" a riecheggiare il pop anni Sessanta, qui c'è "Give It A Go", con Neil che seduce un partner più giovane con una scusa piuttosto convincente, anche se emerge la rassegnazione in un contesto in cui bisogna sembrare sempre giovani, mentre perdiamo i capelli e le rughe iniziano a solcare il nostro viso: "Non sto dicendo che tu non possa trovare qualcuno di meglio, no, ma nel frattempo perché non ci provi con me?".

Interessante la dolceamara "Memory Of The Future": qui si riesce a tirare in ballo persino l'opera più conosciuta di Marcel Proust, "Alla ricerca del tempo perduto". "Over and over again, I keep tasting that sweet madeleine" - la madeleine, dolce francese, se mangiato oggi può rievocarci ricordi di un'esperienza molto simile avuta nell'infanzia.
Il tono si fa cupo, tra Depeche Mode e prog alla Yes, in "Everything Means Something" mentre il finale è affidato al "Requiem in Denim and Leopardskin" dedicato alla memoria della make-up artist Lynne Easton: qui c'è un florilegio di name-dropping da Bryan Ferry a Derek Jarman, da Malcolm McLaren a Lucian Freud che serve a inquadrare il tutto nei "favolosi" anni Settanta londinesi.

L'album esce anche in un'edizione limitata, ma si tratta di versioni strumentali delle stesse identiche canzoni. La scelta è vostra. "Elysium" è tutto fuorché un lavoro disperato inciso con la pistola alla tempia e composto da idee stanche e riassemblamenti di canzoni rimasticate. Il più eclettico da diversi anni a questa parte, l'album ha una produzione fresca ma non invadente. Peccato solo che il bottino di vere e proprie highlight, di brani da antologia, quelli che ascolteresti senza mai stancarti, stavolta sia più magro del solito: più che a "Behavior", in poche parole, siamo più vicini ai due incerti "Nightlife" e "Release" pubblicati a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il decennio successivo.
Seguiamo il consiglio di Tennant per stavolta: give it a go, e noi lo facciamo girare nel nostro lettore, nella speranza che cresca con gli ascolti e che si intraveda presto un po' di luce e di joie de vivre nella penna del più grande songwriter del synth-pop.

(19/09/2012)

  • Tracklist
  1. Leaving
  2. Invisible
  3. Winner
  4. Your Early Stuff
  5. A Face Like That
  6. Breathing Space
  7. Ego Music
  8. Hold On
  9. Give It A Go
  10. Memory Of The Future
  11. Everything Means Something
  12. Requiem In Denim And Leopardskin


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