A più di vent'anni dall'insuperato affresco di "
Loveless", lo shoegaze continua a scorrere nei cuori di band e
aficionados: il fascino noise della melodia e il rumore denso della malinconia trovano sempre nuovi gruppi come portavoce. Così, dopo l'epopea synth degli
M83, culminata l'anno scorso nel discusso "
Hurry Up, We're Dreaming", le divagazioni punk-shoegaze dei
No Age e le
pop song di
Radio Dept e
Pains Of Being Pure At Heart, tocca adesso a "Pipe Dreams" cercare di ritagliarsi una fetta della torta.
Quasi tutti i revivalisti shoegaze si sono nutriti degli aspetti più pop e
dreamy del genere, dimenticando le prospettive ambient e avantgarde messe in scena dai
My Bloody Valentine. I Whirr, originariamente Whirl ("turbina", "mulinello"), non si discostano da questa tendenza, proponendo dieci canzoni di limpido noise-pop.
Una fragile voce femminile (quasi un
must del genere) filtra dalle deflagrazioni chitarristiche tradotte a grandi velocità, riuscendo a costruire melodie incisivamente rarefatte (come in "Bogus" e nel singolo - la canzone più
catchy dell'album - "Home Is Where My Head Is").
Quando la band ha bisogno di riprendere fiato, si concede lente litanie acustiche ("Formulas And Frequencies"); ma sono solo momenti di passaggio prima di rialzare i volumi (la ballata "Hide" e il crescendo dalle tonalità quasi dark di "Wait") che non di rado ricordano i
Ride. Qua e là però, nonostante le tangibili qualità di
songwriting, il disco incappa in qualche riempitivo di troppo ("Toss" e "Reverie").
Certo, siamo distanti dallo spessore abissale di una band storica come gli
Slowdive, e anche dall'energia di "
Nowhere", ma il sestetto di San Francisco riesce comunque a far emergere una descrizione a tratti evocativa - pur se sostanzialmente ancora vincolata alla reinterpretazione di canovacci già sfruttati.
Come una serata
bitter-sweet trascorsa a ricordare emotività passate, "Pipe Dreams" è allora consigliabile in particolar modo ai cultori del genere.