Babyshambles

Sequel To The Prequel

2013 (Parlophone) | alt-rock

Cos’è lecito aspettarsi da Peter Doherty nel 2013? Dal punto di vista del personaggio, cose come arrivare in ritardo di 90 minuti al concerto per il lancio del nuovo album non fanno più notizia, abituati ormai alle bizze caratteriali del cantante inglese. Eppure questa versione aggiornata dei Babyshambles sembra aver trovato una propria dimensione, meno da tabloid e più focalizzata sulla musica. Se pensiamo allo stato dei vari membri del gruppo solo due anni addietro, in pochi avrebbero scommesso su un nuovo Lp: Drew McConnell a rischio paralisi dopo un brutto incidente, Mik Whitnall perso nei meandri della droga e Doherty trasferito in Francia, dopo la perdita dell’amica Amy Winehouse. Una situazione che avrebbe sancito la fine di molte band.

Invece, il ritorno dei Babyshambles è stata una vera e propria chiamata alle armi proprio da parte del bassista che, guarito dalla lunga convalescenza, ha deciso di tirare fuori gli ‘Shambles dalla soffitta e far rientrare il problematico frontman dal suo esilio parigino. Non un compito facile, che ha visto lo stesso McConnell fare avanti e indietro da Parigi più volte, portando a Doherty le proprie idee e sfruttando ciò che il nativo di Hexham aveva scritto in quel periodo. E qui sta la prima novità: per la prima volta i Babyshambles non sono più creatura unica di Doherty, che si ritrova co-autore dei brani assieme a McConnell.

Se il bassista è stato la miccia che ha fatto ripartire la band, Stephen Street è colui che li ha tenuti in piedi e permesso che portassero a termine l’opera, una volta convinta la casa discografica a registrare il disco in Francia. Lo storico produttore inglese (Morrissey, Cranberries, Blur), che già aveva lavorato a “Shotter’s Nation” e al lavoro solista “Grace/Wastelands”, è uno dei pochi capace di tenere in riga l’ex-Libertines e di ottenere il massimo da lui in studio. L’evolversi di tutte queste situazioni ha fatto in modo che “Sequel To The Prequel” si presenti come l’album più aperto e positivo dell’intera discografia degli inglesi: non mancano i momenti bui, certo, ma l’impressione è che il mood costruttivo creatosi durante le registrazioni sia stato catturato egregiamente e sia finito dritto nelle dodici tracce del disco.

Questa volta, però, la mano dell’uomo dietro al successo dei Blur si sente più forte e chiara sulla leggendaria incontrollabilità dell’approccio di Doherty. Saranno pure coincidenze ma, tralasciando il passaggio alla Parlophone, questo nuova vicinanza con il gruppo di Albarn e soci si nota già dalla copertina, su cui spicca uno “Spin Painting” di Damien Hirst, controparte artistica di ciò che i Blur avevano rappresentato per la musica negli anni Novanta, e regista del famoso video di “Country House”, nonché già membro di un improbabile trio insieme a Alex James e Keith Allen, i Fat Les, autori di uno dei brani ufficiali degli Europei di calcio ospitati in terra britannica nel 1998.

Il risultato è che “Sequel To Prequel” è un album squisitamente immediato, piacevole da ascoltare e forte dell’aura magnetica di tutte le personalità in gioco nella sua realizzazione. Un disco irresistibile, per chi incrociasse la carriera degli ‘Shambles – e dello stesso Doherty – solo ora, che invece suona forzato e ultraprodotto per chi conosce invece il poeta della perfida Albione in tutta la sua storia. E forse, l’errore, o la debolezza, è proprio questa: non riuscire a smarcarsi dal considerare ancora il gruppo come emanazione solamente di Doherty, e non come, invece, l’unione di diverse teste pensanti – con McConnell, la cui ispirazione agli Smiths era già del tutto palese nel suo songwriting per gli Helsinki, a occupare il posto che già fu di Carl Barat nei Libertines, baci compresi.

Così, non è difficile cogliere le cifre stilistiche del cantautore di Hexham nelle 12 tracce del disco (16 nell’edizione deluxe), così come è facile captarne la trasformazione: a partire dall’apertura, quella “Fireman” che ha le sue radici nei primi Libertines di “The Boy Looked at Johnny”, ma che suona come “Bank Holiday” dei già citati Blur; o “Fall From Grace”, primo di una serie di episodi folk all’interno del disco, la cui parte iniziale fa sospirare pensando a “La Belle et la Bete” che apriva “Down in Albion”, con cui condivide l’impostazione ritmica ma non proprio l’atmosfera; fino a “Dr. No”, che trasporta i Babyshambles dal raggae di strada di “Pentonville” alle atmosfere del ripulito raggae britannico degli UB40 di “Food Fot Thought”, e a “Farmer’s Daughter” in cui Doherty si spinge fino a un cantato propriamente tale, mai sentito prima.

Se c’è un uomo per cui non esistono le mezze misure, questo è Peter Doherty, eppure “Sequel To The Prequel” è proprio tale: un compromesso fra l’esuberanza del leader e le personalità degli altri componenti del gruppo, Street incluso. A guadagnare da questa operazione non è solo la band, ma anche lo stesso Doherty, che riesce a rimettere insieme i cocci della propria esistenza artistica e a riproporsi in maniera quanto meno credibile come cantautore in un momento dove di certo non manca la concorrenza. Di questi tempi non si può probabilmente chiedere di più a un gruppo che solo due anni or sono si trovava, non solo metaforicamente, in punto di morte.

(16/09/2013)

  • Tracklist
  1. Fireman
  2. Nothing Comes To Nothing 
  3. New Pair
  4. Farmer’s Daughter
  5. Fall From Grace
  6. Maybeline
  7. Sequel To The Prequel
  8. Dr. No
  9. Penguins
  10. Picture Me In A Hospital
  11. Seven Shades Of Nothing
  12. Minefield
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