Nella immensa produzione del nuovo millennio è d’obbligo usare dei filtri d’accesso, e la linea stilistica dichiarata o presunta diventa il primo biglietto da visita per un eventuale download o acquisto di un album. I Cayucas non giocano sporco nel tentativo di affascinare una platea più vasta, la loro summer-pop-music è schietta e diretta e non questua pretese intellettuali per imbonire i dotti.
Fatte le dovute premesse, l’esordio del gruppo californiano (da Santa Monica) pone più di uno spunto per farsi ascoltare, nonostante la prevedibilità stilistica e le ovvie limitazioni di genere.
Non è infatti lecito chiedere a “Bigfoot” più di una sana mezz’ora di pop music, e le eventuali discussioni di originalità e genialità sono da rimandare a future riflessioni.
“Cayucos” è la città del surf per eccellenza in California, ed è anche il primo singolo pubblicato dal gruppo nel 2012 per la Secretly Canadian: questo mette subito in chiaro che nella festosa orgia pop della band non v’è traccia di rabbia alla Ramones, né della frizzante energia suburbana dei Vampire Weekend.
Stabiliti i confini e gettate via le incongruenze dei testi, quello che resta è un album gustoso e variegato che la produzione di Richard Swift rende simile a una versione light degli Shins. La mancanza di profondità spirituale e ideologica non è però necessariamente un limite per “Bigfoot”: la sensazione rinfrescante delle otto canzoni è rigenerante come un bicchiere di gassosa al limone.
Non è un peccato dondolarsi e gongolare al ritmo della luccicante “A Summer Thing”, che, pur pagando il dovuto tributo ai Beach Boys, resta la più entusiasmante del lotto, con piano e glockenspiel che duettano con le voci in perfetto sincrono.
Ogni buon album estivo ha la sua percentuale di esotismo, ma “Bigfoot” offre anche una gustosa variante tribale, “East Coast Girl”, dove chitarra e basso si lasciano intrecciare con soluzioni d’arrangiamento intelligenti e trascinanti, mentre è “Will*The Thrill*” il momento lounge dell’album con il suo flavour alla Harry Belafonte.
Il termine nostalgia è d’uopo, nonostante la giovane età di Zach Yudin: il gusto retrò, che la produzione di Richard Swift rende gustoso, è la forza principale che muove le otto tracce, in particolare il singolo “High School Lover”, un beat dal trascinante groove ritmico, che strizza l’occhio a possibili nuove evoluzioni indie-rock.
Il tono meno definito di “Deep Sea” e il tentativo modernista di “Ayawa ‘Kya” non brillano, ma non smorzano il tono gioioso e sbarazzino dell’album, mentre l’ingenuità lirica della conclusiva “Bigfoot” ci conforta di non essere in presenza della spocchia che ha trascinato i Foxygen nelle speranze perdute. I Cayucas non volano alto, ma almeno garantiscono l’arrivo a destinazione: una piacevole colonna sonora per una piacevole giornata di sole.
19/09/2013