Credere e non dubitare, ignorare la superficialità dei critici e soprattutto affidare le proprie idee a se stessi: questo è il punto di partenza dei fratelli Goldsmith e del loro terzo album “Stories Don’t End”. Autoprodotto e distribuito dal gruppo stesso, il nuovo progetto dei Dawes, che ha avuto il plauso e la produzione di
Jonathan Wilson, certifica la raggiunta maturità con canzoni di eccellente caratura e un
sound autorevole. Quello che è evidente infatti nelle dodici tracce è la perfetta fusione tra nostalgia e presente, in un susseguirsi di graziose ballad country
midtempo affidate a ricche tessiture di chitarra, basso e tastiere e una voce ricca di piacevoli inflessioni soul.
Se restano evidenti le influenze di Jimmy Webb e
Jackson Browne, si resta altresì impressionati dalla capacità del gruppo di traghettare la miglior tradizione americana verso quei lidi che i
Fleet Foxes hanno ripulito dal
mainstream (si ascolti “Something In Common”). Taylor Goldsmith e soci non ignorano comunque quel regno di mezzo che
Bruce Springsteen e
Tom Petty hanno esplorato in gioventù, e gli arrangiamenti scivolano con sicurezza e piglio swing, ricchi di un romanticismo privo di sbavature e mielosi cedimenti.
La vitalità di “Just Beneath The Surface” è quindi solo il primo assaggio di un album dal suono robusto e deciso. Il basso e la batteria duettano con piano e chitarra sottolineando con pregevoli variazioni cromatiche i testi riflessivi e a volte audaci. “Ho passato la mia vita guardando avanti, ma l‘ho compresa volgendo lo sguardo al passato”, cantano i Dawes con leggiadra malinconia nella raffinata ”Just My Luck”, con un
refrain memorabile che si candida subito come uno dei vertici dell’album.
I musicisti hanno lavorato sodo con il nuovo produttore Jacquire King (
Kings Of Leon,
Tom Waits,
Norah Jones) per calibrare il loro suono
vintage con l’energia e la forza del loro
live act, con una cura degli arrangiamenti che garantisce autonomia e personalità a un album che supera le attese. Taylor Goldsmith è in verità anche uno dei pochi
vocalist capace di dare enfasi e profondità a qualsiasi parola: che si parli di amicizia, fede, solitudine o speranza, la voce vibra con passione e classe.
Confortevole ma mai facile, “Stories Don’t End” è un piccolo classico del pop-rock americano contemporaneo: i rintocchi della chitarra di “Most People” abbracciati da una
performance vocale straordinaria e da una giusta dose di grinta, regalano uno di quei momenti memorabili oramai merce rara nello scenario pop a stelle e strisce. Il
country-shuffle (un misto di honky-tonk e country reso famoso da Johnny Bush) di “Someone Will”, la contaminazione synth-pop di “Bear Witness” e il robusto
jingle-jangle di ”From The Right Angle” potrebbero essere davvero spacciati per degli inediti del periodo d’oro del Boss.
Ma sono gemme come la già citata “Something In Common” e il crescendo armonico della
title track, le pagine che convincono anche il fruitore occasionale di musica americana che “Stories Don’t End” è un album baciato dalla musa Euterpe. L'unica cover del disco è il divertente beat-pop ”Hey Lover” di Blake Mills (compagno d’avventura nei Simon Dawes e ora affermato produttore), la quale per un attimo interrompe l’atmosfera imponente del lavoro e offre una piacevole leggiadria che caratterizza anche “From A Widow Seat”, la quale evoca le migliori pagine di
Ben Folds.
Rileggendo
Gram Parsons, i Dawes applicano la dura legge del rock’n’roll al country, affrontando le radici della musica americana da un angolo visuale meno prevedibile. Sono le complesse costruzioni armoniche del basso e il suo intreccio con batteria e chitarra elettrica il nodo centrale dell’album; valgano come esempio il tocco quasi blues di “Something In Common” o il mutevole
mid-tempo di “Side Effects”. Infine, la loquacità dei testi caratterizza tutto il disco, sia con toni più intimi sia con un’energia che sorride al lato più romantico dei
Rolling Stones.
Al terzo capitolo discografico, i Dawes centrano la difficile chimera del
perfect-pop-album, sarà difficile non trovare in “Stories Don’t End” una canzone da aggiungere alla vostra
playlist, per uno scrigno di brani i fratelli Goldsmith certificano la stato di salute della musica americana.