Mathias Delplanque

Chutes

2013 (Baskaru) | electroacoustic, ambient-glitch

In un mondo come quello dell'elettronica sperimentale dove l'estrema prolificità è tratto somatico comune a tutti o quasi i suoi esponenti, il caso di Mathias Delplanque finisce quasi per sorprendere. Attivo da ormai quasi una decade e collocabile nel filone elettro-acustico del bacino avanguardista, il giovane francese ha centellinato le sue uscite mantenendo un ritmo e un profilo decisamente bassi. Le sue due uniche testimonianze a pieno regime sono ad oggi “Parcelles” e ”Passeports”, due album entrambi datati 2010 in cui mescolava con ardore field recordings, esperimenti ambientali, costruzioni glitch e architetture abstract, riuscendo – cosa al giorno d'oggi sempre più rara – a brillare per freschezza e personalità.

“Chutes” è dunque il suo primo lavoro in tre anni, e segna il matrimonio con la Baskaru, label ormai da tempo consacratasi e protagonista di quest'inizio 2013 grazie anche alle uscite di Stephan Mathieu e Gintas K. Il disco riprende sostanzialmente in mano le modulazioni sonore proprie dei suoi due predecessori, amalgamandole e scindendole dal concettuale in favore di un approccio più spontaneo, pur senza rinunciare alla ricerca e alla cura di ogni minimo dettaglio. Una sorta di summa che, seppur variando in maniera minima la formula già proposta da Delplanque, fa guadagnare alla sua musica quella coesione che era forse l'unica mancanza riscontrabile nella doppietta precedente.

“So” gioca così con field recordings e rigurgiti digitali, guardando un po' ai Dictaphone e un po' a Mergrim, ovvero a quel microcosmo elettronico di origine giapponese al quale pure i tormenti velatamente ipnagocici di “Bu” sembrano volersi rifare. Ogni brano inquadra suoni e campioni da una prospettiva diversa: si passa così da inchini all'ultimo Springintgut (i samples proto-acustici di “Flo”) a psicodrammi cinematografici pregni del grigiore astratto di casa Raster-noton (la conclusiva “Alo” e le sue scosse di rumor bianco).
A svettare più di tutti sono però i brani di matrice prevalentemente ambientale: “Ru” è uno splendido mantra di riverberi e rarefazione cosmica, “Fell” è un saggio combinato di treated guitar (Seirom, ma anche l'Ambarchi più quieto) e funambolismi melodici (quegli stessi che hanno fatto grande Úlfur pochi mesi fa), e “V” è un potenziale omaggio alle campane in chiave minimalista dell'ultimo Charlemagne Palestine.

Nonostante sia complessivamente il quarto lavoro ufficiale di Delplanque, “Chutes” si candida con forza al ruolo di sua prima prova della maturità. Abbandonato il legame con ambienti e concetti dal quale aveva sviluppato il suo sound, il musicista riesce appieno nell'intento di trasportare lo stesso nella dimensione della purezza e della spontaneità, come uno scienziato che applica alla vita di tutti i giorni i risultati delle sue esperienze in laboratorio. E sebbene il suo resti un gergo sonoro che deriva da fonemi ormai di pubblico dominio – per lo meno negli ambienti più affini all'elettronica “colta” - la peculiarità e l'effervescenza continuano a rimanere gli elementi in più della sua miscela. E a sorprendere.

(06/04/2013)

  • Tracklist
  1. So
  2. Ru
  3. Fell
  4. V
  5. Bu
  6. Flo
  7. Alo
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