Obits

Bed & Bugs

2013 (Sub Pop) | punk-rock

Non deve essere affatto facile lavorare per dimostrarsi sempre all’altezza, quando nel proprio passato risplendono stelle di prima grandezza come Drive Like Jehu o Hot Snakes e i paragoni ingenerosi attendono puntuali dietro l’angolo. Rick Froberg, preme dirlo, non sembra in realtà tipo da perderci il sonno. E’ un alfiere appassionato, e tanto basta. Gli Obits, sua attuale incarnazione, sono una band onesta che taglia proprio in questi giorni il traguardo del terzo Lp e si barcamena nella scena alternative in maniera ancora più che dignitosa. “Vivacchiare di rendita” sarebbe in realtà il modo più corretto per definire il suo presente oltremodo tranquillo, tra appagante routine live e sostegno incondizionato da parte di quelli della Sub Pop.

“Bed & Bugs” arriva a due anni e mezzo dal precedente “Moody, Standard and Poor” senza ansie o pressioni particolari. Sin dal primo approccio, c’è però un dettaglio che rischia di lasciare alquanto interdetti gli affezionati estimatori di Rick e della sua solida spalla Sohrab Habibion, già leader dei validi Edsel, al di là delle rombanti inflessioni: il loro sound è ancora innegabilmente abrasivo ma molte delle sue asperità sembrano essersi riassorbite, gli spigoli proverbiali risultano smussati e l’interpretazione del frontman, pure impetuosa, pare teatrale, enfatica e incline alla maniera come non mai, quasi una caricatura involontaria di un altro performer leonino che stoicamente resiste allo scorrere del tempo: Mark Arm.
Per quanto l’accostamento non intenda certo suonare denigratorio, un passo indietro per il capobanda della brigata Obits pare inconfutabile. L’energia è ancora notevole ma si è perso qualcosa, più che altro, in termini di personalità. Fin troppo regolari e prevedibili nella scrittura, Froberg e i suoi sfoggiano una cattiveria che appare in linea con quel che di loro racconta l’anagrafe, nulla di più e nulla di meno. Non che questo sia un male, per carità, ma non ci si può esimere dal ricordare che i coetanei Cheater Slicks hanno licenziato nemmeno un anno fa un album di tutt’altra prestanza (“Reality Is a Grape”) al cui cospetto “Bed & Bugs” non può che uscire sonoramente battuto.

Come ben dimostra “Malpractice”, il lavoro della sezione ritmica si mantiene su buoni livelli, mentre sono le lacerazioni viscerali a far difetto. Le due strumentali ribadiscono il concetto: tanto la minacciosa (ma insipida) “Double Jeopardy” quanto “Besetchet”, unica cover del disco (addirittura da un ensemble etiope di quarant’anni fa), rivelano che le chitarre degli Obits suonano oggi – proprio come loro – meno bizzose e squillanti di un tempo, frenate nei loro slanci assassini al punto che un po’ di noia va messa in conto.
Il vero problema di “Bed & Bugs”, quand’anche il marchio di fabbrica sia effettivamente rispolverato e esibito in bella mostra, è che in questa occasione le idee non sembrano proprio merce che abbonda e si è quindi costretti a compensare con il mestiere. In certi frangenti (uno per tutti, la bolsa “This Must Be Done”) il gruppo newyorkese stupisce in negativo per la flemma e il preoccupante stato di forma. Per fortuna altrove le cose funzionano meglio e, anche se ammorbiditi rispetto al passato, Rick e Sohrab non rinunciano a qualche strappo in onore dei bei tempi (“It’s Sick”) o alle suggestioni preziose di un downtempo torvo e incombente, ancora in zona Mudhoney (“Spun Out”).

Capita allora che, nonostante quanto asserito in precedenza, sia proprio il leader a convincere e tenere a galla la barca in virtù di prove opportunamente rauche (“Pet Trust”), specie quando i calibri si fanno più pesanti, i riverberi più generosi e vengono chiamati in causa, magari, un’armonica nervosa (“Operation Bikini”) o un pianoforte alticcio (“I’m Closing In”, l’episodio più euforico del lotto): obliqui, acidognoli, slabbrati e sguaiati, gli Obits provano a mostrarsi in parte e ingolosiscono a spizzichi e bocconi i fan, mentre un senso di generalizzata nostalgia resta difficile da tacitare.
Un ricamino con vaghi aromi blues (“Receptor”) e un fugace sguardo al rock psichedelico anni 70, con tanto di mantra, organo e inserti acidi delle chitarre (“Machines”) completano il quadro di un album volenteroso ma che entusiasma poco. Buone impressioni in ordine sparso, ma agli amanti intransigenti del genere, e in particolare ai devoti di “Yank Crime” o “Audit In Progress”, consigliamo di tenersi a debita distanza. Così, giusto per risparmiarsi qualche delusione di troppo.

(11/10/2013)

  • Tracklist
  1. Taste The Diff
  2. Spun Out
  3. It's Sick
  4. This Must Be Done
  5. Pet Trust
  6. Besetchet
  7. Operation Bikini
  8. Malpractice
  9. This Girl's Opinion
  10. Receptor
  11. I'm Closing In
  12. Machines
  13. Double Jeopardy (For the Third Time)


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