Riverside

Shrine Of New Generation Slaves

2013 (Inside Out) | prog crossover

I Riverside sono una delle corazzate del rock polacco, ormai ben noti oltre i confini del proprio paese. Inizialmente etichettati come prog-metal, hanno presto posto in essere una migrazione verso suoni più mainstream, approdando verso una sorta di crossover-prog.
La loro ultima fatica discografica, “Shrine Of New Generation Slaves” (nota anche con l’acronimo di “S.O.N.G.S.”), fa un altro passo in direzione del grande pubblico, smussando gli angoli, diluendo il metal degli albori in un più accessibile e familiare hard-rock.
Ed è proprio all’hard-rock degli anni d’oro che “S.O.N.G.S.” può essere accostato, con overdose di tastiere hammond, chitarre con distorsione limitata (o spesso semplicemente acustiche) e suoni vintage. Accantonando di forza i paragoni con Dream Theater e Porcupine Tree, i Riverside attingono a piene mani dalla scuola anni 70 anglo-americana, dai Kansas, dagli Uriah Heep, dai primi Deep Purple.
Il risultato commerciale sul mercato è positivo: lo scorso febbraio l’album è entrato nella Top 50 dei più venduti in ben sette paesi europei, e ha raggiunto la vetta delle chart in patria (è il loro terzo lavoro consecutivo ad arrivare in cima).

Mariusz Duda, bassista, vocalist e leader della band, è riconosciuto come musicista tra i più talentuosi del vecchio continente, i suoi riff di basso stanno diventando un trademark personale ed inconfondibile, ed anche il resto della band non scherza in quanto a doti musicali, elemento che costituisce uno dei maggiori motivi di interesse del nuovo album.
Ci troviamo chiaramente di fronte ad un prodotto ben confezionato, con una miscela di suoni vecchi e nuovi, inaspettatamente orecchiabile e per molti tratti “soft”, a dispetto di quell’etichetta prog-metal regolarmente associata a questo gruppo di veterani dell’est Europa.
Il brano iniziale, "New Generation Slave", si apre con un potente riff che fa da sfondo a tutta la traccia. Potente, lineare, anthemico ma al tempo stesso non pretestuoso, il brano introduce il tema portante di quello che, per certi versi, è considerabile come una sorta di concept-album: i sogni infranti di una generazione che si trova a fare i conti con una discesa agli inferi.
“I struggle to sing “I am happy and I do what I like/ But my voice breaks and I start to hate my singing and simply everyone”: alienazione che genera distacco e disprezzo per gli altri esseri umani, ed è solo il punto di partenza…

La successiva “The Depth Of Self Delusion” si sviluppa con chitarra acustica e la voce intensa di Duda, intermezzi di xilofono e archi, un brano dimesso e solenne al tempo stesso. Il risultato è a metà strada fra pop e rock da Fm, il testo è di inequivocabile stampo pinkfloydiano: “One little brick, then another and I will build that wall anyway/ You can find me there rested and calm without a mask, This is where I will stay.”
“Celebrity Touch” è stato il primo singolo con cui lo scorso dicembre veniva anticipata l’uscita di “S.O.N.G.S.”. Si apre con un classico riff di chitarra elettrica al quale si aggiunge un Hammond. Tra variazioni di ritmo e stop & go, si impone come brano orecchiabile. Il testo narra di rischi ed effimere soddisfazioni conseguenti al raggiungimento della celebrità: il circo mediatico intorno alla star del momento, destinata inevitabilmente all’oblio prossimo futuro. Fama e successo non risolvono l’alienazione, ma contribuiscono ad aggravarla.

L’album raggiunge la sua vetta “commerciale” con i due brani successivi. “We Got Used To Us”, cantata su una base di piano, è più propriamente un brano pop-rock, con una melodia semplice quanto accattivante. Narra della perdita di una persona cara, di un abbandono che lascia nella più completa disperazione: “No, I don't want to be there, Where we are/ Silence fallen between, All the doors are locked/ All the words unsaid/ And we're still afraid of time/ Started to keep ourselves/ At a distance that we could control/ Not too close, not too far”.
“Feel Like Falling” fonde invece strumenti e sonorità di stili ed epoche diverse: il synth new wave con i riffoni hard-rock.

E’ il preludio alla chiusura grandiosa dell’album, i due brani finali (non considerando la breve “Coda”) nei quali i Riverside tornano prepotentemente al loro genere di riferimento, quel crossover che fonde elementi del progressive con suoni pop, metal, ambient, rock, jazz e fusion.
“Deprived” è una cavalcata di oltre otto minuti, intensa, altalenante, con dispiego di inconfutabile talento musicale e compositivo. Vi si intravedono le enormi capacità tecniche dell’ensemble polacco. Nell’ultima parte un sassofono struggente ricorda i Pink Floyd di “The Dark Side Of The Moon”, un cuscino sul quale si va a posare la voce appena sussurrata di Duda.
Il testo lascia trasparire un barlume di speranza per il protagonista, “Endless bedtime stories, I could touch the moon and switch off the sun, I could have my dreams and dream about better times”. La vita non è in fondo tutta amarezze, le memorie dei bei momenti aiutano a sperare nel futuro.
Segue un’altra suite complessa, articolata e ancora più lunga (quasi tredici minuti), “Escalator Shrine”: niente di troppo ambizioso, niente cavalcate barocche, uno sviluppo lineare, con l’Hammond che torna su sonorità inizialmente a metà strada fra Doors e primi Deep Purple, per poi lasciare spazio a un interludio di nuovo pinkfloydiano, stavolta stile “Animals”. Un brano di valore assoluto, che pur non riuscendo a nobilitare l’intero album, nel quale prevale comunque una certa banalità, rappresenta uno dei momenti di maggiore creatività dei Riverside e il miglior pezzo di “S.O.N.G.S.”.

La storia del protagonista volge al termine con un’apertura al futuro e un riconoscimento alla capacità dell’essere umano di continuare a vivere, nonostante tutto e tutti: “Dragging our feet, tired and deceived, slowly moving on/ Bracing shaky legs, against all those wasted years/ We roll the boulders of sins up a hill of new days”.
La conclusiva “Coda” riprende il motivo cantato di “Feel Like Falling” e chiude in meno di due minuti con il messaggio di chi è pronto e desideroso di ricominciare: “Want to be your light/ Illuminate your smiles/ Want to be your cure, bridge between self and us/ Want to be your prayer, wipe the tears from your eyes/ When the night returns I won't collapse, I am set to rise”.

“S.O.N.G.S” è un buon album, con dentro grande mestiere e poca originalità, con dentro interessanti riflessioni psico-filosofiche. Tra la prima mezz’ora di pop-rock e i 20 minuti finali, più tendenti a certe strutture progressive, sono senz’altro questi ultimi a risaltare per qualità. Un motivo su cui riflettere per il proseguimento del loro percorso artistico.

(24/03/2013)

  • Tracklist
  1. New Generation Slave
  2. The Depth Of Self-Delusion
  3. Celebrity Touch
  4. We Got Used To Us
  5. Feel Like Falling
  6. Deprived
  7. Escalator Shrine
  8. Coda
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