Puntuali come un orologio svizzero, tornano i componenti del collettivo romano Borgata Boredom, incuranti di mode “hype” imperanti e corrivi stilemi indie italiani, a dimostrazione che loro, nell’underground, ci hanno sempre creduto. Abbiamo lasciato questa estate Grip Casino con il suo nuovo lavoro, e arriva ora la seconda prova di Trapcoustic (aka Stefano Di Trapani, che porta avanti i Maximilian I, Le Tazze e una miriade di altri progetti).
Se Grip Casino ha dato ora una svolta più accessibile e comunicativa alla sua musica, Di Trapani fa invece tutto l’opposto con “Innerlands”, che esaspera alcuni aspetti già presenti in “Bonsai Heart”, rendendoli ancora più astratti e impenetrabili. Se da un lato questo è ammirevole (ovvero, la testarda voglia di sperimentare a tutti i costi per riuscire ad approdare a qualcosa di inusuale e, a grandi linee, incontaminato), dal lato opposto bisogna pure approdare a una sintesi matura e originale. Il sospetto è invece che i nostri amici del Pigneto si siano lasciati andare un po’ troppo e che il gioco stia durando più del previsto. Pare che ciò che un tempo facevano per scherzo stia invece diventando un discorso fin troppo serio. Gli amanti del masochismo musicale ne trarranno gioia e piacere, ma noi poveri ignari, a questo punto, non resta altro che premere il pulsante “stop” del lettore cd o di skippare i pezzi con il comando fast forward.
Peccato, perché di buone idee ce ne sarebbero pure in “Innerlands”, ma vengono sommerse di cose che non sono musicali affatto. In poche parole, in questo disco non accade quasi nulla (“My Heart Is A Street” e “She’s My Vice” sono dei semplici collage di rumori d’ambiente, espedienti che, tra l’altro, sono ormai vecchi come il cucco) e quelle poche volte in cui c’è qualcosa di vagamente memorabile (il breve intro “Innerlands”, la nenie folk “Baby” e “Feeling Of Beating”), viene tutto volutamente seppellito da una melma acustica francamente fastidiosa. Sorvolo sulle varie “partiture” che comprendono unicamente delle scordature di chitarra e altri tediosi field-recordings.
Lo pseudo-raga indiano di “Sleeping On A Bed Of Snakes”, l’eterea “Sirens” e la barrettiana “Just Right With You” costituiscono il vero fulcro musicale del disco, ovvero gli unici tre brani che vale davvero la pena di ascoltare. Sinceramente parlando, ci si augura un ridimensionamento di tutta questa scena musicale. A volte, avere un’idea audace non basta. Bisogna pure saperla mettere in pratica realizzando qualcosa di artisticamente valido.
14/11/2013