Afghan Whigs

Do To The Beast

2014 (Sub Pop) | alt-rock

Ci sono voluti ben sedici anni e non si può certo dire che ci siano arrivati tutti interi, però non dispiace scriverlo: c’è un nuovo album degli Afghan Whigs nei negozi, “Do To The Beast”, ed esce per Sub Pop come una volta. Gli scettici inguaribili non gradiranno, ma è pur vero che la band di Cincinnati non ha forzato i tempi perché questa reunion portasse frutti concreti, ci ha lavorato per gradi facendo sì che si ricostruisse dal vivo l’affinità di un tempo. Il risultato è discreto, considerando come si erano messe le cose (l’assenza del batterista Steve Earle, l’abbandono in corsa del chitarrista Rick McCollum), e pare la naturale conclusione di un processo di riavvicinamento stilistico che ha coinvolto nelle sue fasi precedenti anche l’esordio dei Gutter Twins e l’ultimo capitolo della discografia dei Twilight Singers, il più prossimo in assoluto, forse, alle tipiche sonorità dei Whigs.

Certo tre lustri e più non possono trascorrere senza che quel po’ di ruggine reclami i suoi spazi. Si può provare a impressionare l’ascoltatore sbattendogli sul grugno riff e ritmiche ugualmente poderosi, in un avvio che si vorrebbe ruggente ma non lo è poi fino in fondo. A colpire in prima battuta sarà allora la voce di Greg, indebolita in maniera impressionante eppure caparbia, nella sua lotta con gli strumenti per il posto al centro della scena. Nonostante il forfait del titolare, le chitarre non sembrano chissà quanto lontane da quelle di sempre. Pur leonina, la prova di Dulli sa però di ambascia, di orgoglio ferito, e fa pendere l’umore verso una declinante malinconia che, nondimeno, conserva un certo fascino. “Matamoros” rincara la dose grazie al più collaudato dei paesaggi frastagliati e pungenti, con il frontman che giostra non senza profitto come un attempato e luciferino cerimoniere. Lo stampo è ancora fieramente anni 90, il tiro e la potenza paiono quelli giusti. A far difetto è proprio solo quel quid vocale che renda plausibili gli strappi emotivi in un’adeguata e fragorosa prova di forza: il capobanda non è più un torrente in piena, purtroppo, la vena si è inaridita e all’atto pratico non riesce ad assecondare le sue intenzioni ancora così impetuose.

Più oltre riecco gli Afghan Whigs trattenuti ed estatici, in un brano (“Can Rova”) che dà l’impressione di voler replicare, più che altro, la quiete colma di meraviglia dell’amico e spirito affine Mark Lanegan, privilegiando anche nel suo crescendo un basso profilo fatto in buona sostanza di sussurri. Ma non ci sono margini per il compiacimento fine a se stesso e si torna subito alla dimensione classica di “Congregation” e “Gentlemen”, con l’impronta di quel canto claudicante nel bel mezzo di un sontuoso marasma sonico. Gli statunitensi ribadiscono di essere non soltanto una compagine energica e penetrante, ma anche estremamente accurata ed elegante. Quelle di “Do To The Beast” (il titolo lo si deve a Manuel Agnelli, pare) restano pagine ultracontrastate, con il leader che spazia disinvolto nella penombra tra vuoti e pieni, tensione e rilasci, come negli episodi (“Lost In The Woods”, “It Kills”) che riportano al notevole (ma sottovalutato) e oramai remoto predecessore, “1965”. L’ultimo in particolare, romanticamente vizioso, è un pezzo più delicato che meglio rispecchia l’attuale stato dell’arte: per forza di cose più fragile di quanto vorrebbe, Greg nei panni del languido seduttore è sempre interprete eccellente, e gli va riconosciuta l’umiltà con cui accetta di prendersi i suoi rischi ogniqualvolta scelga di movimentare le acque.

Se non mancano echi sottilissimi dai primi Twilight Singers, nella maggior compostezza soul di “I Am Fire”, i veri brividi li regala la pregevole “Algiers”, dove anche il Dulli spompato di oggi ha modo di indossare la ruvida sensualità noir degli anni d’oro senza sfigurare. Il gruppo (infoltito da ospiti di lusso come Alain Johannes, Joseph Arthur, Petra Haden e il Raconteur Patrick Keeler) evita con cura le rivoluzioni espressive e ripropone diligentemente le specialità della casa, bravo a non tirarsi indietro e non lesinare nella spinta sui pedali. Fa piacere ritrovare i Whigs così fedeli al proprio abito, e poco importa se si è chiamati a soffrire con loro in qualche frangente un po’ più faticoso. Il loro potenziale pirico, quella fenomenale irrequietezza, non si è spento con l’andare delle stagioni. Né è stato tradito l’inconfondibile chitarrismo avvolgente à-la The Edge che era appannaggio di McCollum e rappresenta sempre il valore aggiunto della band. Il sound (che in “The Lottery” riavvicina la magia di “Black Love”) si conferma quindi pieno, caldo, abbacinante, e gli umanissimi limiti non silenziati dal cantante rimangono un dettaglio tutto sommato non insormontabile.

Una rentree insomma dignitosissima, definite le necessarie attenuanti del caso. Gli Afghan Whigs continuano a scrivere belle canzoni dal cuore nero, sanguinanti il giusto, e a interpretarle magnificamente. Superbo, in particolare, il fatalismo abrasivo di un finale da crepuscolo in fiamme, con il frontman che davvero offre tutto se stesso.
Piaccia o meno, la loro sublime disperazione è tornata a graffiarci.

(19/04/2014)

  • Tracklist
  1. Parked Outside
  2. Matamoros
  3. It Kills
  4. Algiers
  5. Lost in the Woods
  6. The Lottery
  7. Can Rova
  8. Royal Cream
  9. I Am Fire
  10. These Sticks
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