Gente che ha fegato, questi americani. Chissà quanti ne avranno spaventati con i propositi di un album interamente strumentale, jazz-rock che sposa progressive, fusion e math con ben pochi attimi di respiro. Non hanno torto, il rischio è molto alto: l’onanistico esercizio di stile, avviluppato su idee ridondanti e schizofrenia gratuita è dietro l’angolo e il pericolo di bruciarsi già al secondo album è concreto. Fortunatamente con questo “Heavy Meddlers” il premio arriva, e ben meritato.
Per descrivere il sound della band di New York è una buona idea usare le stesse parole dei soggetti in questione: “Scriviamo un brano, lo fracassiamo in mille pezzi e lo resuscitiamo, finché non abbiamo un ampio sorriso in volto”. Non saranno pochi quelli che sorrideranno ascoltando il loro lavoro, perché c’è davvero roba per tutti: chi non può rinunciare a un songwriting intricato adorerà la crimsoniana – e dal titolo esplicativo – “Schizophrenzy”; quelli feticisticamente attratti da andature sincopate ed estro tastieristico sceglieranno l’opener “March Of The Rare Bird”; chi vuole rinfrancarsi di aperture melodiche ariose sa che la new entry della formazione, il violinista Taka Aochi, verrà loro incontro con squarci intelligenti e mai fuori luogo.
La mancanza di una voce si sente davvero poco nel variopinto sound dei Father Figure, chiaramente ispirato a gente come la Mahavishnu Orchestra. L’importante assenza non viene quasi notata mentre si viene bombardati dai rapidi passaggi tra sonorità acide e ruvide, come le schitarrate distorte di Mike Osso in “The Fault Line” e momenti lounge a tratti vagamente floydiani, in occasione di “Undercover Magister”. Quest’ultima è uno dei picchi del lavoro: un’ammiccante composizione sospesa tra sei corde in delay e tappeti sonori la cui trama lasca alterna ottoni e morbidi synth.
Altro momento memorabile del lavoro, “Bold In The Blue”, mostra come il quintetto rifugga la ridondanza tipica di certi eccessi del math-rock offrendo evoluzioni sempre imprevedibili, anche quando girano a lungo intorno allo stesso motivo portante.
Qualche sbavatura non manca. Lo squisito lento onirico “Ascension”, spezzato da pieni orchestrali improvvisi e mai forzati, lascia presagire un gran finale che si inceppa subito con “Malingerer”, la quale soffre di quei vizi stilistici (ridondanza delle soluzioni e leziosità in primis) sopracitati. Fortunatamente questo è solo un difetto di fabbricazione di un progetto che lascia quindi ulteriori margini di crescita per il futuro.
Concludendo, i Father Figure proseguono la loro interessante crescita e – sebbene restino quasi sconosciuti nel web, per non dire nel nostro paese – ci auguriamo che in molti si accorgano di loro, mentre speriamo di ricevere ulteriori sorprese positive in futuro.
28/12/2014