GusGus

MEXICO

2014 (Kompakt) | techno-house-pop

I GusGus hanno da sempre uno spiccato talento nel buttare macigni e nascondere accuratamente la mano. Eravamo ancora nel mezzo dei Novanta quando, in piena febbre da downtempo, gli islandesi coniavano già una loro idea di battito e di suono, una formula che avrebbe poi fatto scuola in tanta electro e indietronica a venire, eppure quasi ignorata alla sua prima comparsa. Poi il gruppo si perse in qualche modo per strada, complice anche – o soprattutto – l'abbandono momentaneo di Daniel Ágúst Heraldsson, indubbiamente l'esuberante anima del progetto, con una serie di episodi minori e rimasti (senza troppi rimpianti) nell'ombra. Quindi, recuperato Heraldsson, l'insperato e galvanizzante ritorno in pista di “24/7”, seguito a ruota dall'acclamato “Arabian Horse” del 2011, dischi cha valgono da soli una carriera e che anticiparono largamente il recente fenomeno del ritorno in auge dell'house-music e del suono Novanta, pur arrangiati in una formula molto personale.

Tre anni dopo quindi, in groppa al cavallo arabo, ecco che i GusGus ci portano fino in MEXICO, luogo immaginario di temperature roventi, testosterone, gioia panica e pruriti omoerotici. La bella apertura di “Obnoxiously Sexual” è un rinfrescante numero
electro con un occhio puntato verso il synth-pop da dancefloor dai contenuti lussuriosamente espliciti, implementando il sostrato più carnale ma latente di “Arabian Horse”. Una libidine di portata torrenziale ma sempre nella penombra dell'ambiguo e del buon gusto – si veda anche il preannunciato bel clip di “Crossfade”.
Fin da queste premesse, i GusGus sembrano quindi lavorare sulle solide basi dell'opera precedente, impressione che anche il più distratto degli ascolti non può che confermare:
upbeat e groove assassini si inseguono senza sosta, avvolgendosi beatamente di voci in estasi e attraversati da correnti sintetiche, rinnovando una volta in più il vibrante gioco di abbracci tra canicola e glacialità che agli islandesi riesce sempre come a pochi.

Eppure “MEXICO” sembra voler azzardare una puntatina in più rispetto ai suoi precedessori immediati, investendo però là dove i GusGus hanno più volte dimostrato di avere il proprio tallone d'Achille, ovvero il
songwriting. Se l'attitudine alla “canzone in senso lato” era già in qualche modo nell'aria in “Arabian Horse”, lo stesso tuttavia sapeva reggersi in un equilibrio pressocché perfetto tra martellamento tech-house e vocals, riparando gli sporadici eccessi a suon di frequenti cambi di marcia e tanta imprevedibilità. La scrittura dance-pop, invece, sembra essere palesemente la direzione prediletta dai nove pezzi di “MEXICO”, una dimensione che tuttavia finisce col funzionare solo a metà.
“Another Life”, “Sustain”, “Airwaves” sono pezzi dall'indiscutibile
appeal e dal battito conturbante, ma che non decollano mai veramente, mentre la componente lirica, nonostante il pathos di Heraldsson, non va molto più lontano e si spegne quasi sempre prima di aver completato un hook.

Convincono appieno invece, sulla sponda opposta, la bella “God Application” e la strumentale “Mexico”, minimal-techno da sogno con intervalli cameristici la prima, marcia di sintetizzatori nel solco di Arnaud Rebotini la seconda, ovvero scorci di suggestione che compaiono quando l'effetto non è cercato a forza, ma viene lasciato fluire con maggiore discrezione.
“This Is What You Get When You Mess With Love” quindi chiude il lotto con una melanconica storia di un rapporto spezzato, melodia scura ed efficace ma trainata da un
beat pallido che soffoca a “soli” tre minuti e poco più.

In definitiva, il nono lavoro dei GusGus si presenta formalmente come l'ennesima dimostrazione della classe innata degli islandesi, ulteriore pietra in un percorso all'insegna della libertà, artistica e personale, più vivace e sfrenata e che renderà sicuramente il massimo nei prossimi
live. Stessa ebrezza incontinente che, si sa, può essere anche la madre di quei parziali annebiamenti e indugi orgiastici dei quali “MEXICO” può dirsi discendente in linea collaterale. Dopo due quasi-capolavori, in prospettiva, una quasi-pausa che tutto sommato possiamo concedere ai Nostri più che volentieri.

(19/06/2014)

  • Tracklist
  1. Obnoxiously Sexual
  2. Another Life
  3. Sustain
  4. Crossfade
  5. Airwaves
  6. God Application
  7. Not The First Time
  8. Mexico
  9. This Is What You Get When You Mess With Love
Gus Gus su OndaRock
Recensioni

GUS GUS

Lies Are More Flexible

(2018 - NoPaper Records)
Controversa nuova prova della band islandese, alle prese con un disco incolore

GUS GUS

Arabian Horse

(2011 - Kompakt)
Dopo l'acclamato "24/7", un naturale e ficcante sviluppo per il trio islandese

GUS GUS

24/7

(2009 - Kompakt)
Risultato sopra le aspettative per il ritorno degli autori di "Polydistortion"

GusGus on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.