Hozier

Hozier

2014 (Island) | pop, soul, blues

Ci sono momenti in cui le prospettive abituali vengono stravolte, ed ecco che nella routine dell’ascolto-riascolto-recensione si viene assaliti da un forte senso di sconforto o meraviglia; abituati ad analizzare come chirurghi un cd o un vinile, si resta un attimo perplessi di fronte a un esordio come questo dell’irlandese Hozier.
Preceduto da un hype sotterraneo e nello stesso tempo trasversale, l’album del ventiquattrenne è uno degli eventi del 2014 per una moltitudine di motivi. Nove milioni di visualizzazioni su YouTube per il singolo “Take Me To Church”, testi pieni di condanna per il rigore religioso e l’omofobia, una personalità sfuggente: argomenti che faranno scorrere fiumi di parole e commenti, anche sui quotidiani impegnati troppo spesso a parlare di musica solo in caso di evento mediatico-politico.

Non si può certo prescindere dalle motivazioni che si agitano dietro la creatività di un artista, ma c’è il rischio che la loro analisi vada a offuscare il reale valore della sua opera, e questo per fortuna non è il caso di “Hozier”. Convinzione e coraggio viaggiano su un solo binario con lo scopo di tradurre in musica una spiritualità antropica che trova nel doloroso incedere del blues e nella naturale asperità delle parole il suo codice di comunicazione.
Il totem mediatico di “Take Me To Church” apre ovviamente l’album mettendo in gioco tutta l’abilità del musicista come compositore, che come novello Elton John addomestica le fonti del blues all’estasi armonica e lirica della migliore musica pop, evocando a tratti quell’oscuro senso di disagio di Antony Hegarty. Con una perla di così rara intensità è facile annaspare nella ricerca di una simil meraviglia che possa confortare l’entusiasmo collettivo per il giovane irlandese: considerando che nei prossimi mesi la sua immagine riempirà le pagine del web, sarà sempre più difficile gestire con serenità l’ascolto del suo album (forse qualcuno parlerà di un fenomeno alla George Ezra, Ed Sheeran o Michael Kiwanuka).

Ma una sottile percezione accompagna l’ascolto di “Hozier”: chi oserebbe introdurre in un album pop una preghiera rituale come “Like Real People Do”? Quanti giovani autori possono vantare una scrittura brillante e precisa come quella che dà vita a “To Be Alone” per poi opporre fragilità e solitudine con la delicata “Cherry Wine”? Non c'è nulla di veramente nuovo o rivoluzionario, ma la cifra stilistica è netta e priva di tentativi di depistaggio: con un briciolo di blues e tanto soul infarcito di rock e pop con una leggera nuance r&b, Hozier scava nelle radici come Adam Durwitz (“Angel Of Small Death & The Codeine Scene”), prende per mano un riff blues e lo trascina nel soul celtico (“From Eden”), omaggia il suo idolo giovanile Jackie Wilson con grinta (“Jackie And Wilson”) e mette in gioco la sua abilità di strumentista nel dark-gospel-blues di “Work Song”.
Attingendo a un patrimonio sonoro familiare e già ampliamente setacciato (l'autore menziona Screamin' Jay Hawkins, Howlin' Wolf e Nina Simone tra i suoi idoli) l’album dell’irlandese non è immune dalla prevedibilità: “Someone New” cita Lou Reed senza aver la tensione necessaria per evolversi nel refrain, “Foreigner's God” resta amabilmente nell’ombra di Bill Withers, e l’atmosfera greve della produzione di Rob Kirwan rende il suono un po’ troppo monocorde. Ma il crescendo lirico di “Sedated”, pur se sorride al pop da boy band dimostra che Hozier, possiede la versatilità necessaria per affrontare le regole più ferree del mainstream.

Il blues resta il referente più evidente dell’album, con pregevoli incursioni nel romanticismo folk-pop nel duetto con Karen Cowley (“It Will Come Back”) e oscure ballad dagli accordi taglienti e grezzi (“My Love Will Never Die”), ma anche tra le quattro tracce della deluxe-version si trovano piccole perle sonore, come l’atipica “Run“ e la malinconica e sofferta “Arsonist’s Lullaby”.
L’esordio di Hozier convince non tanto per la qualità dei singoli episodi quanto per la coerenza dell’insieme, una struttura soul-rock-blues ben rodata e piacevole con alcune intuizioni veramente notevoli. Inoltre, la sua voce è una delle più interessanti del panorama pop-rock attuale: che poi non tutto sia all’altezza del singolo “Take Me To Church” poco importa. Quanti di voi (esclusi i fan) ricordano un altro brano di quelli inclusi nell’omonimo album di Elton John che ospitava “Your Song”? Eppure l’album è ancora oggi rimarchevole e interessante nel suo insieme.

Non credo di essere insomma ottimista o sprovveduto nell’essere convinto che anche “Hozier” conserverà il suo fascino pop col passare del tempo, e per un esordio questo è già un buon biglietto da visita.

(13/10/2014)



  • Tracklist
  1. Take Me To Church
  2. Angel Of Small Death And The Codeine Scene
  3. Jackie And Wilson
  4. Someone New
  5. To Be Alone
  6. From Eden
  7. In A Week (Feat. Karen Cowley)
  8. Sedated
  9. Work Song
  10. Like Real People Do
  11. It Will Come Back
  12. Foreigner's God
  13. Cherry Wine The Woods Somewhere
  14. In The Woods Somewhere (deluxe version)
  15. Run (deluxe version)
  16. Arsonist's Lullabye (deluxe version)
  17. My Love Will Never Die (deluxe version)


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