King Of The Opera

Driftwood

2014 (Autoprodotto) | songwriting, psych-rock

A pensare oggi alla figura di Alberto Mariotti, si fatica quasi a ricordare chi si ha di fronte. A sentirlo parlare durante le interviste e a osservarlo in azione sul palco, ma anche solo notando la cura di ogni dettaglio che caratterizza i prodotti più recenti della sua creatività, nessuno arriverebbe mai a collegarlo con quell'incarnazione pregna (in dosi anche eccessive) del sarcasmo tipicamente indietalico che era Samuel Katarro.
Eppure, si sa, il coraggio di voltare pagina è spesso l'arma più vincente che possa esserci per arrivare a sorprendere: e già solo il fatto di aver ampliato ormai in definitiva il proprio mondo alla chitarra di Wassilij Kropotkin e alla batteria di Simone Vassallo è dato assai significativo.

Insomma, che con King Of The Opera Mariotti avesse in mente di forgiare una creatura completamente nuova e inedita rispetto alle esperienze precedenti era già parso evidente e la conferma era arrivata due anni fa, quando “Nothing Outstanding” aveva sancito l'inaugurazione di questa nuova avventura. Quella sorta di prova generale, però, non avrebbe certo suggerito la svolta inattesa che questo “Driftwood” sottopone oggi all'attenzione.
Probabilmente perché si tratta a tutti gli effetti di un esperimento – a tal ragione potrebbe essere ricondotta anche la scelta di autoprodurlo in limited edition affidandosi unicamente all'aiuto del team A Buzz Supreme per la produzione – senza precedenti: una suite divisa in tre movimenti a cavallo tra cantautorato, psichedelia floydiana e claustrofobia gaze.

Registrato in presa diretta e frutto di improvvisazione su qualche coordinata prestabilita, “Driftwood” si presenta dunque con un delizioso packaging handmade e un cuore claustrofobico che sarebbe stato difficile prevedere di trovarvi. Specialmente dopo l'introduzione pastorale di “Colours And Lights”, una sorta di ballata folk sospesa e allucinata che sembrava porsi nella più totale continuità con quanto espresso nel recente passato.
Poi, dopo la prima strofa, da una cascata inizialmente docile e cristallina poi sempre più inquieta di gocce pianistiche prende forma “I Remember Something”, cuore pulsante blues stuprato da chitarre stridenti prima, preghiera introversa in un brulicare malsano nel mezzo e catarsi chitarristica in calco di “The Dark Side Of The Moon” poi.

Il tutto si combina per la bellezza di sei minuti, prima di sfumare nella terza e ultima fase del tutto: a dare il la a “Counting Shadow” è di nuovo il piano, stavolta più convinto per quanto non impetuoso, come a voler annunciare l'apocalisse di lì a venire. Perché poi è un autentico tripudio di oscurità e oppressione, trame psych che da esplosive si fanno minacciose su sé stesse: una sorta di rituale che procede anche stavolta sfiorando gli otto minuti, per poi spegnersi rapidamente come in uno spettacolo di fuochi d'artificio giunti al termine. Un viaggio breve e conciso, quello di “Driftwood”, che sembra quasi il prodotto di laboratorio di una ricerca, l'embrione di un percorso ancora da venire. Un'inattesa e convincente premessa a un percorso che di sorprese potrebbe riservarne parecchie.

(18/03/2014)

  • Tracklist
  1. Colours And Lights
  2. I Remember Something
  3. Counting Shadow
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