Lo chiamano “la loro piccolo saga spaziale”, questo loro nuovo “Portico”, i Mary Onettes, ormai band veterana dell’indie-pop svedese. Più che raggi laser e replicanti, questo loro (mini) terzo disco evoca le immagini ineffabili, stranamente familiari e aliene insieme, di “The Wild Blue Yonder” di Werner Herzog nelle sue parti più ambientali (i finali di “Bells For Stranger” e “Portico: 2014”), e un’odissea spaziale luccicante di lustrini nelle dilatate atmosfere pop della sua prima parte, evocanti danze sintetiche al rallentatore (“Ritual Mind” pare addirittura una personale rilettura dei Cocteau Twins).
Le melodie così incisive dei migliori pezzi del gruppo ancora latitano, però, e la blanda svolta “dream” di questo “Portico” rappresenta un evento minore rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare dai Mary Onettes.
30/04/2014
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