Perc

The Power & The Glory

2014 (Perc Trax) | techno-noise, post-hardcore

Quando a fine anni Novanta la cultura rave completava definitivamente il suo processo di tramonto riducendosi da fenomeno imperante e massivo a tradizione per nostalgici amanti delle droghe sintetiche, Alisair Wells dava il via alla sua attività da producer. Ai tempi si firmava con due alias, Votion e Spartak: lui, che come disc jockey di nottate a base di ecstasy e frenesia estrema ne aveva vissute a bizzeffe, già allora sembrava mostrare un certo e non troppo velato interesse per il noise post-industriale. I gelidi e crudi scatti dell'epoca furono in realtà materia per pochi intimi, tanto che i due progetti dietro cui il novello produttore si celava scomparvero nel giro di un paio d'anni e tre 12" in totale.

I tempi oggi sono senz'alcun dubbio cambiati: Perc e la sua etichetta, Perc Trax, sono brand fin troppo noti nell'universo a cavallo tra elettronica sperimentale e reminescenze hardcore. Quel che invece è cambiato ben poco è la sostanza della proposta musicale del Nostro, che di fatto si è limitato a re-interpretare le scorie del passato in una chiave ancor più abstract. Il risultato è la miscela che Perc aveva elaborato nell'acclamato "Wicker & Steel" e nell'altrettanto ben accolto Ep "A New Brutality", un ibrido di battiti crudi e viscerali con rigurgiti noise ad affilarne ulteriormente le lame, una techno industriale che sostituisce la cattiveria alla decadenza.

"The Power & The Glory" è in tal senso una sorta di  dietrofront a metà. Perché se da un lato qui il groove torna a mostrare i muscoli come non era forse mai avvenuto in un disco della saga Perc, l'umanità di fondo tende a rendere ancor più brutale e frastornante il risultato sonoro. Il tutto si traduce in una techno che schizza fango velenoso ad ogni battito di grancassa, che siano questi ultimi calcolati al millimetro come nel mantra perverso di "Speek", misurati per colpire nei punti deboli come nella mansueta (ma solo in superficie) "Galloper", o smollati da ogni briglia al punto da sforare (e sfuriare) in pieno territorio hardcore (l'impietosa "Dumpster"). Il risultato è una sorta di equa divisione fra episodi dalla forma curatissima ma privi di sostanza e altri, al contrario, fin troppo espliciti e trasandati.

Manca, insomma, l'equilibrio e i passaggi di puro rumorismo industriale piazzati a far da spartiacque tra alcuni dei brani ne danno dimostrazione ulteriore, nel loro sembrare frutto di una scelta dettata più dalla necessità che da un'idea di fondo. Tanto che il collage della "Rotting Sound" posta in apertura sembrava pronto a preannunciare una scelta stilistica devota alle lezioni dei Cranioclast e non meno di dieci minuti più tardi "Lurch" mantiene solo lo sporco noise per muoversi con il fare di un Prurient nei territori di modernariato tanto cari a John Foxx & The Maths. E pure la conclusione, divisa fra il repulisti acido di "Take Your Body Off" a suon di legnate ancor più forti e l'esorcismo proto-ambientale di "A Living End", pare voler chiudere la quadra in maniera per lo meno coerente: senza una presa di posizione, una direzione oltre al puro sfoggio tecnico.

(23/02/2014)

  • Tracklist
  1. Rotting Sound
  2. Speek
  3. Lurch
  4. Galloper
  5. David & George
  6. Horse Gum
  7. Dumpster
  8. Bleeding Colours
  9. Take Your Body Off
  10. A Living End
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