La dolcissima ed emozionante “Young Blood” – una semplice linea di pianoforte, batteria spazzolata e un’interpretazione da brividi – è indubbiamente il suo singolo più delicato di sempre, che aiuta a dare un’idea dell’atmosfera analogica che si respira nel disco, ma in realtà è l’unica ballata presente. Tra roboanti incedere come quello di “Birth Of An Empire”, giostrine power-pop (“13 Little Dolls”), melodiosi ricordi beatlesiani (“Wrong Side Of The Sun”), un pomeriggio di sole passato a fare surf (“Runaway Daydreamer”), un “Interlude” jazzato, o il bozzetto acustico in chiusura “When The Storm Has Blown Over”, Sophie inanella una manciata di perfette canzoni pop, tanto semplici quanto superbamente arrangiate, e senza mai un punto debole a spezzare l’ascolto.
E proprio quando le cose potrebbero diventare un po’ troppo “carine” per alcuni, ecco pure “Love Is A Camera”, una tarantella gitana dal trascinante crescendo finale (ricordate “Come On Eileen“?), e la rumorosa “Cry To The Beat Of The Band”. Così messa, forse, sembra esserci troppa carne al fuoco, ma in realtà “Wanderlust” è il disco stilisticamente più coeso della sua carriera, e gareggia giusto col celeberrimo esordio “Read My Lips” – che pure si muoveva su coordinate molto diverse da queste.
Per il resto, basta guardare la foto di copertina: la ragazza possiede la grazia e il candore di una vera English rose come poche altre in terra d’Albione possono fregiarsi oggigiorno. La sua iconica voce fluttua come un fiore di pesco, ed è capace di scandire ogni singola parola con un accento talmente pulito che giusto la compianta Diana Spencer avrebbe potuto competere. Del resto, quando nell’ormai lontano 2000 Sophie si “scontrò” in classifica con l’allora solista Victoria Beckham, ebbe da commentare che la vera posh era lei. A tutt’oggi, pare che le due ancora non si parlino.
04/02/2014