THOT - The City That Disappears

2014 (Black basset)
industrial, techno-rock

Il nome di battaglia Thot, progettato e capeggiato dal belga Gregoire Fray, si distingue a metà anni 2000 con esibizioni in qualche modo totali, uditive e visive, e un primo disco lungo – “The Huffed Hue” (2005) – che fanno rivivere le emanazioni più dure del rock elettronico storico.

Dopo una lunga pausa di riorganizzazione interna, Fray torna con uscite corte e soprattutto con “Obscured By The Wind” (2011), un album isterico e schizofrenico in grado di richiamare il metal dei Faith No More con addizionali dosi di rumore brado, specie nei 7 minuti di “Spellbound Fields”.

Tre anni dopo, “The City That Disappears” sembra abbracciare nel sound anche il synth-pop europeo, e la miscela è più viva e satanica che mai. Canzoni apocalittiche come “Rhythm.Hope.Answers” e “Negative Buildings” importano elementi dall’hip-hop e dal jungle, e lanciano un canto Depeche Mode-iano verso un ritornello gloriosamente wagneriano.

Anche la più “pop”, “Blank Street”, suona sempre e comunque malefica e stregata, specie nella frastornante chiusa a base di caos. Meglio ancora “Citizen Pain”, filastrocca a perdifiato sopra un battito martellante alla “From Her To Eternity” di Nick Cave, quindi progressione caciarona alla Rammstein cui si aggiungono 4 minuti di pura estasi cacofonica metallurgica in perenne ebollizione.

In “Keepers” l’attacco crepuscolare alla Notwist, con pianoforte etereo, è osteggiato da un muro di distorsione elettronica, a condurre verso la fredda fantasia di sintetizzatori, distorsori e venti di feedback di chitarra di “Dedale”. Così per il techno-rock di “HTRZ”, dilaniato dalle distorsioni e da un dinamico cambio di tempo, e la fremente ballata per pianoforte di “Traces”, shockata da scosse elettriche, in crescendo verso vortici danzanti di synth e chitarra.

Dal marciume elevato a totem delle discoteche off mitteleuropee, dalla selvaggia creatività di Jim Thirwell e dalla poesia della ferraglia di Trent Reznor, Fray, un passato di prode remixer di classici electro-rock, ha cavato un album di revival che è tutto – tanto è accattivante e instabile la scrittura e sempre pulsante l’esecuzione – meno che amarcord. Ferrea, ma spontanea, la volontà di portare gli spunti a ottimi livelli d’intensità. Gli dà linfa una sordida visione suburbana, qua e là con facili forzature, imbevuta di maledettismo strepitato. Una sua auto-definizione: “Vegetal noise music”. Co-prodotto con White Leaves Music. 

20/07/2014

Tracklist

  1. 1. HTRZ
  2. 2. Rhythm.Hope.Answers
  3. 3. Keepers
  4. 4. Dedale
  5. 5. Blank Street
  6. 6. Negative Buildings
  7. 7. Traces
  8. 8. Citizen Pain

THOT sul web