FORT ROMEAU - Insides

2015 (Ghostly international)
abstract-house, tech-house

Nonostante un biennio di certo non trascorso nell’ozio, ma contraddistinto, anzi, da una fitta serie di pubblicazioni “minori” che hanno allargato la ricerca timbrica del producer inglese oltre i fasulli steccati di quella che qualche anno fa si provò a battezzare come “hipster-house”, è giusto adesso, con il lancio del suo secondo lavoro sulla lunga durata, che Mike Greene torna nuovamente ad attirare la dovuta attenzione su di sé. Dai tempi dei lussuosi scintillii deep inclusi in “Kingdoms” di acqua sotto i ponti non ne è passata poca, anche nei termini di un panorama elettronico ora più imprendibile e sfilacciato che mai, ma il progetto Fort Romeau ha mostrato in primis di non starsene seduto sugli allori, e in secondo luogo di rinnovarsi con notevole successo, dando spazio anche a notevoli modifiche in termini di approccio e linguaggio, ogni qual volta se ne presentava l’occasione. Con “Insides” non vi è alcuna eccezione alla regola: a questo giro, però, la cesura che si crea con i dischi precedenti è ulteriormente accentuata, nel metodo e nei risultati, al punto che la tentazione di scambiare la mano di Greene per quella di qualcun altro è davvero fortissima.

Lo scarto si compie infatti attraverso due degli elementi principi della proposta del producer inglese: più precisamente, nell’ora scarsa di ascolto del suo nuovo lavoro, a scomparire pressoché totalmente è l’impiego dei lussuosi campionamenti vocali presenti nelle prime prove, e ad aumentare invece è la durata media dei brani, in un discorso che prende con decisione traiettorie dal marcato tono progressivo, in cui è la composizione a spiccare come elemento principale. Ne viene fuori dunque un disco sempre attento al beat, alla gestione ritmica di matrice house che ha grosso modo caratterizzato tutto il materiale di Fort Romeau, ma che al contempo sfrutta pattern più liquidi ed evanescenti, da un lato aperti a commistioni ambient/kraute, dall’altro ben disposti a sconfinare anche in circuiti techno, se l’occasione è quella giusta.

A tenere a mente quanto si è appena detto balza alla testa la doppietta di dischi che i Blondes (altri loro malgrado finiti nel brutto calderone di cui sopra) hanno pubblicato nell’arco di due anni. Con le opportune differenze, il paragone non è poi così peregrino: certo, a Greene difetta ancora il talento nel sapersi muovere di pura atmosfera, quando però si presta al gioco, non mancano momenti di puro rapimento, frangenti in cui si intravede una classe tutta da modellare. Le cascate di synth in scia cosmica nell’intermezzo di “Cloche” raggiungono uno stato di evasione che l’ultimo Ital può soltanto immaginarsi, mentre le parentesi kraute di “New Wave” ben impattano nel disegno tech-house del brano, paradossalmente intensificato nella sinuosità grazie a questo particolare schema di incastri stilistici.

“Insides” senz’altro dà il meglio di sé quando il producer opera in territori a lui più affini, per quanto volti a una dimensione decisamente più astratta che in passato; l’eclettismo che si palesa nelle filigrane e nelle tessiture non lascia intravedere alcun segnale di precoce obsolescenza, bensì un vocabolario in continua espansione, che fagocita esperienze e situazioni con una sorprendente facilità, mantenendo una coerenza tutt’altro che preventivabile. L’eleganza deep di “Latel” esibisce quindi il suo lato più smussato ed evanescente con grande appagamento sensoriale, anche a costo di qualche lungaggine di troppo, mentre tocca a “All I Want” puntare su dinamiche più serrate e vivide, nelle quali l’elemento house fuoriesce con maggiore evidenza, forte però di una struttura tutt’altro che pronosticabile e di un’attitudine al sincretismo sonoro comunque ben tangibile nelle modulazioni dei sintetizzatori.

Incuriosiscono poi le sincopi ritmiche della title track, tra i pezzi forti della raccolta, come anche l’enfasi minimalista, bizzarramente memore di “Na Na Na” dei Knife, di “IKB”, dalla durata anche accostabile. A ciascuno degli otto brani, Fort Romeau sa insomma dare il giusto carattere e spessore, fornire quei dettagli che li rendano immediatamente riconoscibili. Li asciugasse un filo di più e prendesse più coraggio nell’osare anche con l’aspetto più ambientale della proposta, potrebbe davvero regalarci la sua opera definitiva.

08/05/2015

Tracklist

  1. 1. New Wave
  2. 2. Folle
  3. 3. All I Want
  4. 4. Insides
  5. 5. Not A Word
  6. 6. IKB
  7. 7. Latel
  8. 8. Cloche

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