Laurie Cameron

The Girl Who Cried For The Boy Who Cried Wolf

2015 (Self Released) | dream-pop, folk

L’Ep del 2010 “The Melancholy Tides” aveva già sollevato paragoni illustri per la giovane cantautrice scozzese Laurie Cameron, definita da alcuni critici come una versione femminile di Damien Rice. Le frequentazioni e l’amicizia con i Frightened Rabbit e Roddy Womble hanno poi permesso all’artista di sviluppare con calma uno stile più maturo e personale, prima d’approdare all’esordio vero e proprio: “The Girl Who Cried For The Boy Who Cried Wolf”.

Il folk e la tradizione musicale scozzese sono il terreno, l’humus, dove poesia, amore per il mare e luoghi solitari fanno fiorire un dream-folk in bilico tra le suggestioni più elaborate dei Cocteau Twins e quelle più pop dei Deacon Blue. Solido e privo di momenti poco ispirati, l’esordio di Laurie Cameron offre una serie di canzoni amabili e raffinate, con orchestrazioni mai invadenti che alimentano un pathos gradevolmente romantico e onirico, in un equilibrio chamber-folk che risulterà piacevole anche ai non amanti del genere.

Una sorpresa, una piccola rivelazione da custodire con cura, un album fragile in cui si alternano folk-pop gioiosi e pagine più malinconiche, il tutto scritto dalla stessa Laurie, tranne “The Slave’s Lament” di Robert Burns: poeta e compositore che ha lasciato un‘eredità lirica imponente per il folk scozzese.
Per le comuni radici culturali ed etniche, viene spontaneo pensare a Eddi Reader, ma Laurie Cameron predilige elaborare atmosfere più eteree, a tratti quasi psichedeliche, piuttosto che indugiare nel folk-pop elettroacustico della sua conterranea; la sua recente amicizia e tournée coi Turning Plates evidenzia ancor più la sua intenzione di varcare i confini del cantautorato con arrangiamenti complessi e sontuosi.

L’unico episodio più marcatamente pop, “Back From The Brink”, è un grazioso omaggio alla tradizione di Prefab Sprout, Dream Academy e Deacon Blue; la title track, invece, resta nei paraggi del folk con un leggiadro arrangiamento alla Fairground Attraction e un suggestivo break di corno francese.
Sono comunque le pagine più melodiche e sognanti quelle che mettono a punto lo stile della musicista: il crescendo quasi neo-classico di “No Snake Grown Skin” si snoda con fare cinematico, tra un violino che prende il sopravvento sull’orchestrazione e un ritmo che pulsa come un cuore in attesa; la tensione emotiva di “Fare Forward” scava ancor più nel profondo, con la voce che sembra un singhiozzo e il piano che suggerisce foto-frame di luoghi desolati e solitari bagnati dal fragore delle onde e ingialliti dal passare del tempo.

Malinconica ed elegiaca quando accoglie il suono di un organo e struggenti note di violino in “Foreign”, leggera come la rugiada nella quasi impalpabile “The Last Projectionist”, ipnotica e onirica quando scivola sulle note di piano di “Rest And Be Thankful”, la musica di Laurie Cameron è una delle colonne sonore più gradevoli per il nuovo autunno.

(28/10/2015)

  • Tracklist
  1. Foreign
  2. Back From The Brink
  3. Leave Us, Leave Us
  4. The Girl Who Cried For The Boy Who Cried Wolf
  5. No Snake Grown Skin
  6. The Slave's Lament
  7. Fare Forward
  8. Rest And Be Thankful
  9. The Last Projectionist
  10. Thomson


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