Pfarmers

Gunnera

2015 (Jurassic Pop) | art-rock

Non giocano sul sicuro Danny Seim (Menomena, Lackthereof), Bryan Devendorf (The National) e Dave Nelson (David Byrne, St. Vincent, Sufjan Stevens) nel loro progetto Pfarmers. Nessun richiamo esplicito alle loro esperienze precedenti, poche reminiscenze degli ardori pop e post-rock che hanno contraddistinto le gesta passate. “Gunnera” è invece un incubo quasi claustofobico, dove la salvezza non è garantita né ai musicisti né all’ascoltatore.

Giocando con le oscurità dell’art-rock, l’insolito trio (due batteristi e un trombonista) affronta l’incubo ancestrale, le paure ataviche che sovrastano la nostra realtà, come annegare e poi rinascere pianta dalle acque salmastre, un sogno che Seim ha trovato la forza di affrontare in questa catarsi sonora.
Come per il Peter Gabriel di “IV”, la musica cerca nel frammentare del ritmo e nel disturbo sonoro la chiave di volta per affrontare l’ignoto con insolite misture di ritmi prog-rock e dub (“Work For Me”), o con escursioni oniriche che scavano nel lato più oscuro del synth-rock con scampoli di surf ammaestrati alle logiche dell’incubo (“The Ol’ River Gang”).

Non è un album di canzoni adornate di sonorità oblique, piuttosto “Gunnera” è la celebrazione di un modo di far musica che nell’era di Spotify e della frammentazione dell’ascolto può suonare disturbante e poco accattivante, con le canzoni che scivolano una dentro l’altra quasi a cercare un filo comune. Solo “El Dorado” tratteggia paesaggi sonori più confortevoli con il suo riff di basso e le chitarre molto new wave, che per una volta restano amabilmente dietro le quinte del più incisivo tono vocale.

Intrigante più che confortevole, granitico più che solido, “Gunnera” è un album il cui fascino rischia di confondere le idee: il ritmo morbido ma incessante di “You Shall Know The Spirit” e il brio kraut-psichedelico di “How To Build  A Tube” sono destabilizzanti nella loro apparente disorganicità stilistica, ma questo è un concept-album, un tomo che assume valore e spessore solo se esplorato nel suo insieme.
Quella terra promessa (“Promised Land”, appunto) che affiora nei titoli di coda non è solo materiale ma spirituale, un crescendo di synth e drum di circa nove minuti che tiene costantemente l’attenzione sul concetto di musica come forma d’arte, rinunciando oltretutto a quei facili richiami del passato che avrebbero portato più fan e più luce, in un album dove le ombre e i chiaroscuri sono invece più importanti dei colori.

(02/08/2015)



  • Tracklist
  1. Benthos 
  2. You Shall Know The Spirit 
  3. Work For Me 
  4. El Dorado 
  5. The Ol’ River Gang 
  6. How To Build A Tube 
  7. Promised Land




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