La passione per quell’universo sonoro fatto di attimi fugaci, melodie sghembe e bizzarrie cameristiche in lo-fi che dimora sotto la definizione acquisita di library music i fratelli Acher l’avevano coltivata fino ad oggi senza coinvolgere il loro progetto principale e più noto. “The Messier Objects” ha segnato a inizio anno anche l’invasione del mondo Notwist da parte di questo “altro lato” della creatività dei due, condiviso per altro (manco a dirlo) con quei Cluster che restano fra gli ispiratori primi della loro opera, in termini estetici quanto sonori.
Cade dunque con naturalezza e puntualità quasi logica l’esordio sulla lunga durata di Rayon, il side-project che Markus Acher coltiva nell’ignoto dal 1995 e il cui bottino precedente ammontava a un doppio 7” e un 10”, entrambi in tiratura limitatissima e distanziati fra di loro da circa dieci anni. Altrettanto è trascorso dall’ultimo bollettino a questo primo lavoro, raccolta di due micro-colonne sonore composte da Acher tra il 2005 e il 2014, e che alla prova dell’ascolto si rivelano i più convincenti e riusciti fra i tanti esperimenti extra-Notwist puntualmente giunti via Alien Transistor.
I deci frammenti omonimi di “Il collo e la collana” fungono da soundtrack per il cortometraggio sperimentale “N-CAPACE” di Eleonora Danco, una sorta di docu-film in cui la stessa Danco si aggira tra Roma e Terracina vestita nelle maniere più improbabili, domandando a tipi umani altrettanto assurdi opinioni sulla conteporaneità sociale e politica, ma anche sulla vita quotidiana.
Nulla si sa, invece, di “Maître, Lisheb Please”, pellicola firmata dal compianto produttore esecutivo di “Pulp Fiction” Michael Shamberg, a cui “Libanon” è chiamato a fare da commento sonoro.
I brevi movimenti de “Il collo e la collana” rendono al meglio l’atmosfera surreralista del film, ma la loro efficacia persiste autonomamente a prescindere dalle immagini. Un soundscape originale fatto di archi, piano, sintetizzatori e toy instrument dà vita a bozzetti di inattesa intensità, in una sorta di incontro ravvicinato tra il primo Asmus Tietchens e certi lavori di Irmin Schmidt. Dalla sinfonia giocosa del primo alla solennità pianistica del quarto, passando per la marcetta inquieta del settimo, i ghirigori elettronici dell’ottavo, i richiami ai Mogwai del nono e del decimo e a quelli al Brian Eno cinematografico dei “Music For Films” del terzo e del quarto, Acher convince e affascina.
Meno immediatamente fruibili e più ardite sono invece le sette tessere del mosaico di “Libanon”, che muovono dall’introduzione per archi solenni à-la-Jóhann Johannsson del primo movimento e del secondo alla sua reprise ritmico-pianistica nel settimo, dando forma circolare a uno spettro di colori primari. C’è spazio per frammenti di minimalismo sintetico come nel sesto movimento, ma anche per il trip-hop sghembo del quinto, per le effusioni liquide del terzo e per le bizzarrie assortite del quarto, forse unico momento in cui la tensione emotiva è temporaneamente ridotta.
Dietro l’apparente innocenza di diciassette veloci miniature, Acher condensa una gamma vasta e complessa di immagini, sensazioni, suggestioni e trame, riuscendo nell’impresa di raccontare storie e intrecci con la sola efficacia narrativa della sua musica. Dopo anni di esperimenti e tentativi quasi mai convincenti fino in fondo (e l’ultimo Notwist non faceva eccezione), questa doppia testimonianza prende la forma di una rivelazione che rende finalmente grazia anche a questo “altro” lato della creatività di Markus Acher.
07/09/2015