Rone

Creatures

2015 (InFiné)
elettronica

Si parlava qualche giorno fa, da queste parti, dello pseudo-revival nineties (si dica idm giusto per capirsi) in occasione del debutto, in scia a Basic Channel da un lato e Autechre dall'altro, di Lake People. Ci si torna oggi, non sazi di un 2014 che ha ribadito quanto ingente sia l'eredità di quei suoni sulla contemporaneità elettronica, a colpi dei vari Mark E, Call Super, Recondite, Kalipo e Roman Flügel (giusto per non citare il solito giro Bedroom Community e dintorni). Ci si torna per Rone, uno di coloro, suo malgrado, che quel revival l'hanno silenziosamente costruito (si legga: che la relazione mai decaduta tra quei suoni e la contemporaneità l'hanno tenuta ben salda da sempre). Uno che alla musica ci è arrivato quasi per caso e prima faceva il regista, e che ha ottenuto consensi sparsi forse frutto di una febbre eccessiva.

Quest'ultima trova oggi, con “Creatures”, la sua giustificazione a posteriori. Asciugato il gusto caramelloso e dolce del precedente “Tohu Bohu” e ripescata la convinzione muscolare del primo “Spanish Breakfast”, Rone sforna un lavoro finalmente maturo e consapevole. Un disco che nasce “classico”, che ha forse poca voglia di osare, ma che riesce a distinguersi per una capacità tutta sua di integrare elementi sparsi e farli convivere in uno stesso universo sonoro. Una sorta di frullatore, in cui finiscono le tendenze post-dubstep da Burial in poi – già nascoste un po' ovunque dietro le colate melodiche del soundworld del francese – il ponte coi Novanta sul lato ante-minimal (cfr. Hopkins), il melodismo techno tutto berlinese, quello sintetico (che parla, fra le altre lingue, il francese di Jarre) e l'eredità sci-fi a poco più di 8 bit che il compagno di label Arandel ha consacrato in maniera definitiva.

Il tutto accomunato e amalgamato da un tocco squisitamente pop che è e resta il marchio di fabbrica (lo fu già sulla sponda house una quindicina abbondante d'anni fa) del made in France, e che rende un pezzo come “Calice Texas”, sorretto anche dalla performance vocale di Bachar Mar-Khalité, una splendida e malinconica pop song prima ancora che un pezzo esteticamente azzeccatissimo.
Su un versante totalmente opposto, la trancedelia di “Sing Song” fa però lo stesso effetto, inchinandosi alla synth-music che fu (come in tantissimi, seppur nascondendolo, sono soliti fare oggi) e premendo contemporaneamente su un acceleratore in tempi dispari. La cura per la forma raggiunge livelli maniacali e a dimostrarlo vi sono la progressione acquatica di “Memory”, il caleidoscopio hi-tech di “Quitter La Ville” e il viaggio iperspaziale di “Acid Reflux”, un omaggio palese già a partire dal titolo. Non manca nemmeno qualche episodio sopra le righe, come l'alienante decostruzione supersaw di “Ouija”.

L'approccio spontaneo e decisamente lontano da ogni logica di ricerca specifica è anche qui tratto distintivo della musica di Rone, al tempo stesso limite principale e pregio maggiore. Basti prendere due casi-emblema, come la morbida elettro-fusion di “Elle” (con Byrce Dessner ospite alla chitarra) e la chiusura (video)giocata con delicatezza di “Vir”: due pezzi intrisi come di un'attitudine a un passo dal naif, ma che proprio in questa loro semplicità nascondono il segreto della loro forza espressiva.
Ci sono poi, a completare la scacchiera, i due numeri da capogiro, i due colpi da fuoriclasse: l'ouverture magica e avvolgente di “(00)”, come portare il miglior Kuedo a corte della Warp che fu, e la soft-ballad strappata alla migliore Imogen Heap (ma qui alla voce c'è Charlotte Oleena”) di “Sir Orfeo”. Ciliegine sulla torta di un album che consacra finalmente il talento, squisitamente spontaneo e passionale, del suo autore.

13/02/2015

Tracklist

  1. (00)
  2. Acid Reflux
  3. Elle
  4. Sing Song
  5. Memory
  6. Sir Orfeo
  7. Ouija
  8. Roads
  9. Calice Texas
  10. Freaks
  11. Quitter La Ville
  12. Vif

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