Senking

Closing Ice

2015 (raster-noton) | abstract-downtempo, dub-techno

Il ritorno sulle scene a due anni dal deludentissimo “Capsize Recovery” suona un po' come un'ultima spiaggia per Jens Massell. L'anima più oscura e catartica della storica base di casa raster-noton vi si presenta, va confessato subito, senza troppe credenziali residue, dopo una prima parte di carriera in cui si è distinto come uno fra i più originali interpreti dei rigidi canoni di Alva Noto e compagni e una seconda (da “List” in poi, tolto il solo "Pong") in cui ha ripetutamente fallito nel provare a lasciare un segno. Lanciamo subito entrambe le “notizie” per poi avere il tempo di evolverle con calma: con “Closing Ice” il buon Jens la testa la rialza con un disco coeso, sostanziale, diretto. In compenso, lo fa andando a pescare un repertorio sonoro che nel 2015 suona già fuori tempo massimo, contribuendo ulteriormente (dopo il punto di non ritorno raggiunto da Frank Bretschneider e il prolungato silenzio di Byetone) a consolidare l'impressione che il raster-sound abbia ormai nel solo Alva Noto un rappresentante al passo coi tempi.

Con la sua copertina verde brillante sfumato per certi versi sorprendente nel contesto storicamente grigio del catalogo raster-noton, “Closing Ice” infila la dimensione concreta nel calderone di Senking. Qualcosa di impensabile fino a qualche tempo fa, tanto che è giusto parlare di compromesso concettuale. Ma è proprio così che nei nove brani del disco torna a sbucare una forma di brio (ancora) cibernetico, di vitalità (comunque) teutonica, quel valore di sostanza che mancava da troppo tempo e che riesce a riabilitare un artista sul cui talento non si discute. Si prenda subito uno degli episodi migliori, quella “Dustclouds” in cui fa capolino addirittura una batteria organica (!) a rafforzare un mantra autenticamente muscolare, tonico, solido, fatto di bassi roboanti e di una furia che (da troppo) mancava. Rieccolo Senking, il mago del bass sound, colui che iniettò pece nera nei contatti limpidi del suo laptop e ora preferisce i synth alla siringa in binario. L'apertura di “Scout And Spies”, che al passato tende la mano nello scheletro ipnotico, è rimpolpata dalle note sparse di un Moog che accennano addirittura a una melodia.

Le rifrazioni multiple di “Serpent” prendono forma col passare dei minuti, trasformandosi in una marziale cavalcata distopica dal retrogusto industriale e dalla marcata carica sci-fi. La marcia gracida di “Grolar” torna a calcare la mano su un dinamismo macchinale che pareva dimenticato in favore di quella stasi che qui trova spazio fortunatamente solo nell'infelice parentesi di “Winter Brevet”. E che viene combattuta a colpi di mortaio, vedi alla voce “Lighthouse Hustle”, altra notevole bomba a mano guidata da una distorsione melodica semplicemente avvincente.
Anche il dub insano e inondato di rumore di “Swarming” colpisce bene, facendo leva sul (facile ma sempre efficace) sentimento nostalgico verso gli anni Novanta e le armonie analogiche di Sheffield. E anche la passeggiata fra ronzii e curve a gomito di “Hitchhicker Perspective”, che parte piano e fa temere la noia, riesce a riscattarsi sul finale, con una progressione viscerale di autentico digitalizzato in grado di paralizzare lungo tutto il finale di “Miller's Meadow”. Quest'ultima suona, infine, come un'(auto)-correzione sul tema del passato recente: finalmente a fuoco, concisa, schietta.

Il disco più concreto, umano e sentito nonché il meno glaciale (il titolo in tal senso è fin troppo esplicativo) e “fedele alla linea” di Senking ne saluta la resurrezione. Plauso al coraggio di variare la propria formula, di aprirla alla contaminazione accrescendone così finalmente il valore assoluto. E (ultima) bacchettata per il cospicuo ritardo nell'intuizione.

(15/10/2015)

  • Tracklist
  1. Scouts And Spies
  2. Serpent
  3. Dustcloud
  4. Grolar
  5. Winter Brevet
  6. Lighthouse Hustle
  7. Swarming
  8. Hitchhiker Perspective
  9. Miller's Meadow
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