Chills

Silver Bullets

2015 (Fire Records) | alt-rock

“Silver Bullets” giunge dopo quasi vent’anni di silenzio discografico per la band di Martin Phillipps, un periodo buio e tormentato durante il quale il musicista neozelandese è stato sopraffatto da droghe e depressione.
Il marchio Chills evoca bei ricordi, legati a una stagione d’oro per la musica rock, dove anche band minori e meno fortunate commercialmente potevano contare su un seguito considerevole, quello stesso che è rimasto in fibrillante attesa di un seguito all’ultimo capitolo del 1996, “Sunburnt”.

I dodici brani del quinto album dei Chills non tradiscono nessuna delle premesse, è infatti ancora vivida quell’innocenza naif che faceva brillare le pur complesse tessiture sonore delle loro affascinanti ibridazioni di Buzzcocks e Rem in salsa Big Star.
Martin Phillips non ha recuperato solo l’estetica sonora delle sue creazioni, ma anche la grazia malinconica e incisiva della sua scrittura, regalandoci almeno un trittico di nuovi classici da aggiungere al suo breve ma raffinato canzoniere.

La title track mette subito in chiaro lo stato di salute dei Chills, una sequenza di accordi jangle-pop trascinanti e contagiosi, una sferzata d’energia che evita i toni mellow della nostalgia e del vintage-retrò.
Ed è in questa voglia di rimettersi comunque in gioco il fascino di “Silver Bullets”: brani come “Warm Waveform” e “Underwater Wasteland” non sono delle pallide repliche di un fastoso passato, anche i testi rispolverano la stessa intensità poetica e filosofica, e non manca una lucida analisi più politica nella sofferta e comunque sfavillante “America Say Hello”.

Phillips riscopre anche la sua maestria di artigiano sonoro in stile batik, con una sovrapposizione di suoni e creazioni armoniche che danno vita a una delle canzoni più ambiziose e preziose dell’album, ovvero “Pyramid/When The Poor Can Reach Moon”: un’apocalittica mini-suite dove si succedono una quantita di idee liriche che da sole farebbero la fortuna di una qualsiasi indie-band, un capolavoro di creatività e comunicativita (il riff centrale è da estasi pura) che ha la statura dell’instant-classic.

Resta ancora spazio per un effervescente pop-rock (“Aurora Corona”) che fa da delizioso contraltare alla prevedibilità di episodi come “Tomboy” e “I Can't Help You”, mentre la rilettura di “Molten Gold” (un singolo pubblicato due anni fa) chiude con contagioso entusiasmo uno dei migliori comeback album di sempre. Bentornato, Martin.

(29/11/2015)

  • Tracklist
  1. Father Time
  2. Warm Waveform
  3. Silver Bullets
  4. Underwater Wasteland
  5. America Says Hello
  6. Liquid Situation
  7. Pyramid/When the Poor Can Reach the Moon
  8. Aurora Corona
  9. I Can't Help You
  10. Tomboy
  11. Molten Gold






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