Per un monumento del cosiddetto post-rock in chiave elettronica che se ne va – è di qualche giorno fa la notizia del definitivo addio alle scene dei mitici
To Rococo Rot – vi è una nuova realtà consacratasi di colpo fra le punte di diamante del genere. Quando i Vessels debuttarono sette anni fa tanto quanto nel più vicino secondogenito, difficilmente l'avremmo previsto, tanto sembravano essersi innamorati del
soft-loud in salsa
lo-fi prima e dell'epica
star-gaze tra
Hammock e
Mogwai poi. Eccoli invece svoltare prepotentemente, imbracciare i synth e gettarsi a capofitto in una miscela sonora complessa ed eterogenea quanto incredibilmente accattivante.
In “Dilate” nasce e si afferma istantaneamente un'elettronica liquida, melodica, leggera e solare, una miscela che si compone di più elementi eppure sembra fare già storia a sé. Ci sono colate melodiche che ricordano gli
ultimi Emeralds, screziature ritmiche che toccano con mano la cospicua eredità
nineties oggigiorno tornata in superficie, ammiccamenti neanche troppo velati ai fermenti di casa Bedroom Community. Non mancano neppure i legami con il versante più concreto e poliglotta del calderone precedente (cfr.
65daysofstatic) che fanno da giunzione temporale.
Il notturno introduttivo di “Vertical” è un autentico shock, otto minuti che partono sottovoce, per poi crescere progressivamente su un
beat muscolare e martellante, concedendosi alla melodia solo nel finale. Il pezzo sfuma direttamente in un flusso unico verso la lunga cavalcata di “Elliptic”, gorgogli dream-techno nel solco del miglior
The Field, bagliori protratti fino al mattino degli arpeggiatori e alla loro esplosione solare. Se qui la
synth music contemporanea è citata allo sfinimento, sull'epico altare di “Attica” sale l'ultimo
James Holden, trasfigurato da mattatore schiacciasassi a pittore di un futuro
soft-loud.
Le soste termiche corrispondono alla breve “Echo In”, velato omaggio al melodismo del maestro
µ-Ziq, e alle gemelle “On Moons” e “As You Are”, entrambe ambientate in un lounge spaziale, quasi a voler insegnare il pop attraverso gli
Air. “Glass Lake” è il definitivo tripudio di luce, cavalcata non distante da quelle tanto care all'ultimo
Trentemøller che torna a comprendere anche il passato, manifesto definitivo e ultimo prima della chiusura giocosa di “On Your Own Ten Toes”.
Una svolta stilistica coraggiosa ma già matura e consapevole, che produce un cocktail di eleganza e semplicità, ricerca e immediatezza, elettronica melodica e pop strumentale. Da gustarsi in un solo sorso.