Siamo persone che non cambiano mai,
nemmeno per amore, nemmeno dopo i guai.
siamo persone che non si fidano, e sai,
vivono dell'amore che non ricambiano mai.
"La vita è come un'altalena che oscilla tra un campo al sole e un temporale". La frase è di Federico Moccia, ma abbiamo pensato un po' tutti qualcosa di simile nel corso della nostra vita: da bambini saliamo divertiti, sull'altalena, impariamo ad andare più lenti o più veloci e i più bravi perfezionano persino un proprio stile. Se non stiamo attenti cadiamo, è facile che ci si sbucci un ginocchio ma è un attimo a rialzarsi e riprendere il gioco. Diventa tutto più difficile quando superiamo la soglia dei trent'anni. Perché si sogna di meno, abbiamo già qualche doccia gelata nel nostro curriculum, dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Ma quanto vorremmo, ogni tanto, prendere per mano il bambino che siamo stati, come il cantautore Alessio Creatura - alla sua seconda prova discografica dopo cinque anni di silenzio intervallati da singoli sparsi e partecipazioni al Premio Lunezia - nel video di "Cerco trasparenza". Per stargli vicino, chiedergli come sta, rispondere alle sue domande che ci sembrano sempre troppe, ma anche per rifugiarci in qualcosa che conosciamo, che ci appartiene, mentre là fuori abbondano le incognite. Per trovare la chiave che ci permetta di "uscire dal labirinto che c'è in noi".
Il rifugio è nei suoni a noi familiari, la nostra coperta di Linus è in quegli accordi di piano che riempiono dolcemente una stanza, in un "fare musica" che prima che nostro è stato dei nostri maestri. E quelli di Alessio sono di primo livello, per chi conosce bene il pop di casa nostra: alcuni (Maurizio Fabrizio, Giancarlo Lucariello) li ha cercati, come quello studente del liceo che cerca l'opera completa in biblioteca anche se basterebbe il brano dell'antologia per l'interrogazione. Un altro,
Roberto Vecchioni, è un professore per davvero e con lui ha condiviso il palco durante il tour del 2011, l'anno della vittoria sanremese con "Chiamami ancora amore".
"Che ci amino gli altri" è un titolo che nasce da una provocazione, "dopo un'esperienza sentimentale burrascosa, passionale, poco matura". "Per diversi anni cercai di darmi spiegazioni", ci spiega l'artista vastese di origini e ravennate d'adozione, "finché un giorno pensai che, forse, la maniera migliore per cavarsela e difendersi dall'amore fosse quella dell'essere amati, del ricevere senza nulla dare in cambio. Questo permette di essere più forti e meno in balia dei sentimenti". Eppure questo disco è un bignami di sentimenti, oltre che di sensazioni, contaminazioni,
divertissement e citazioni ossequiose ma non ingessate del pop/rock che abbiamo ascoltato negli ultimi trent'anni. Cantautore indipendente e polistrumentista, Creatura non si è preoccupato troppo delle mode, non ha inserito sintetizzatori a forza, non
rappa, non sente il bisogno di andare in piazza col megafono. Ha preferito confezionare un album che è un diario di cinque anni di crescita, artistica e umana, giocando con le forme delle canzoni e vestendole efficacemente di chiaroscuri.
Un disco "suonato", autentico, con una produzione pulita e attenta al dettaglio: tutto è stato eseguito da veri musicisti, persone con un'anima, un cuore e un cervello con cui l'autore si è confrontato, con cui ha costruito e a volte anche discusso. C'è vita anche in studio, con il suo sole e i suoi rovesci, e lo si avverte per tutte le tracce.
Ascoltiamo la fisarmonica di Massimo Tagliata (che la suonava anche in "Sognami" di Biagio Antonacci), l'hammond di Pippo Guarnera (già in studio con
Ligabue, i Timoria e
Gianna Nannini), la voce della corista Manuela Cortesi (nei
credits di dischi di Laura Pausini, Eros Ramazzotti,
Lucio Dalla e
Francesco De Gregori). Gli arrangiamenti sono di Alessio, Mirko Guerra, Massimo Roccaforte (chitarrista di
Carmen Consoli) e Fabio Sartoni, il missaggio è a cura di Loris Ceroni (Francesco Renga, Sud Sound System,
Quintorigo,
Marta sui Tubi).
Un disco "adulto" nei contenuti e nella forma, che accarezza gli stilemi
mainstream anni Novanta (c'è un
Vasco Rossi che canta i
Crowded House in "Ti porto rancore", laddove "Non sono più lo stesso"
swinga come "She's Electric" dei
fratelli Gallagher) e indugia più spesso in un cantautorato italiano "classico, ma con brio". "Dici di non pretendere" ha un grande potenziale radiofonico, con cambi di tonalità, un ritornello memorabile e un piacevole retrogusto di
Alberto Fortis (quello più riflessivo e spirituale di "Cercherò di te" e "Dentro nel fiume"); "Grazie al cielo" è una
ballad alla Stadio, puro Adult Contemporary che si sentirebbe a proprio agio in una serata alla
Daryl's House così come in uno degli ultimi lavori di
Gino Vannelli. "La ballata di (cir)Costanza" vede Alessio Creatura usare provenzalismi e tentare vanamente di conquistare una dama come un cavaliere del dodicesimo secolo, con la compagnia del baritono Dino Vighesso. Il risultato ricorda il
Bennato di "Dotti, medici e sapienti", ma anche - per quanto alla lontana - il buffo quadretto di
Marc Almond e Agnes Burnelle in "Kept Boy" e certi episodi dei
Divine Comedy tutti clavicembalo, onomatopee e paradossi. Va male a "Lolita", che qui non è "già donna" anche se si atteggia come tale: se il
topos è logoro ("Nu jeans e 'na maglietta") la soluzione è dribblare, e dunque la "bimba" provocante è invitata dal cantante a restare al proprio posto in un pezzo che è l'unica
grignanata di un lavoro che, altrimenti, segue complessivamente altri binari.
"Che ci amino gli altri" alterna in egual misura speranze e rancore, introspezione e momenti corali. Un diario, una serie di racconti legati a un filo, la colonna sonora di una generazione che spesso è definita
perduta e che invece ha una gran voglia di rialzarsi e tornare a camminare, ma che si rivolge in realtà a chiunque lì fuori abbia orecchie per ascoltare. Un continuo gioco di luci, un susseguirsi di brevi sentieri, uno con i ciottoli e un altro così liscio che vi si può pattinare. Basta avere un paio di scarpe comode, un cappello per proteggersi dal sole e un k-way se il temporale ci dovesse sorprendere da un momento all'altro. Il gioco è fatto.