Carmen Consoli

Carmen Consoli

Meno confusa e pił felice

di Claudio Fabretti

Dotata di uno stile vocale particolarissimo e di una notevole abilità scenica, la "Cantantessa" di Catania si è imposta come una delle icone del cantautorato femminile italiano. Tra energia rock, melodie nostalgiche e testi auto-ironici. Un percorso che l'ha portata a raggiungere anche prestigiosi traguardi internazionali
Dal rock al cantautorato, dal pop più elegante al folk tradizionale, sempre all'insegna di uno stile unico e originale. Poche cantautrici italiane possono vantare i traguardi raggiunti da Carmen Consoli negli ultimi 25 anni. La particolarità della sua voce - un contralto purissimo e profondo - l'ironia irresistibile, l'esuberanza, ma anche la fragile delicatezza delle sue canzoni l'hanno imposta come una delle icone della scena italiana a cavallo tra fine anni 90 e nuovo Millennio, mentre il suo personaggio, sempre fresco e anticonvenzionale, è entrato subito nel cuore delle nuove generazioni.

Nata a Catania il 4 settembre 1974, Carla Carmen Consoli cresce nel vicino paese di San Giovanni La Punta. Grazie al padre Giuseppe, appassionato sia di artisti della tradizione italiana come Domenico Modugno, sia della black music e del blues, si avvicina sin da bambina alla musica. È proprio il padre a motivarla nella composizione e nell'interpretazione di canzoni durante gli anni della scuola. All'età di nove anni, Consoli inizia inoltre a studiare la chitarra. La giovane Carmen è già una forza della natura: a 13 anni si esibisce nei club di Catania, suonando con gruppi come gli Iris Monday, con i quali esegue un repertorio di brani rock, ispirati agli statunitensi Rem, e i Moon Dog's Party, una cover band rock blues. Proprio durante un concerto dei Moon Dog's Party, viene notata da Francesco Virlinzi, produttore e titolare di un'etichetta in quel momento molto popolare a Catania, la Cyclope Records, che decide di seguirne la carriera.
Nel frattempo, frequenta l'istituto scolastico Polivalente di San Giovanni La Punta, dove consegue il diploma come perito commerciale nell'indirizzo per programmatori informatici.

Abbandonata l'esperienza con i Moon Dog's Party, Carmen si muove verso Roma per cercare di elaborare i suoi pezzi e presentarli alle case discografiche. È così che arriva anche alle orecchie di Michele Santoro, che la invita ad un tributo a Mia Martini nella trasmissione Tempo Reale su Rai Tre. In quell'occasione suona "L'isola del tesoro" (diventata poi "Novembre '99"). In quel periodo partecipa anche a "Battiato non Battiato", tributo al suo concittadino più illustre, con una cover tutta a modo suo del brano "L'animale".

Due parole, tanto per cominciare

Carmen ConsoliQuando, nel 1994, torna a Catania, Carmen si presenta al suo produttore con il materiale destinato a finire su Due parole (1996) il suo album d'esordio.
Per quel disco, incide 22 canzoni per chitarra e voce, mettendo subito in evidenza quella timbrica naturale e uno stile interpretativo originalissimo che diverranno le sue principali peculiarità. L'album, registrato ai Cyclope Studios di Catania, viene preceduto dalla partecipazione al Festival di Sanremo del '96, con "Amore di plastica", brano firmato da Consoli in coppia con Mario Venuti, forte di un potente refrain che fa subito colpo. A fare breccia nel pubblico, come negli addetti ai lavori, non è soltanto il valore della canzone né quello, altrettanto importante, della sua interpretazione: Carmen colpisce anche per il suo aspetto aggressivo e fragile al tempo stesso, e per una personalità prorompente, che buca lo schermo.

Illustrato in copertina da un'immagine della cantante con capelli corti e approccio punk, Due parole è una raccolta di canzoni intimiste, scarne, prevalentemente acustiche, che, pur nella loro immaturità, svelano già un turbine di emozioni, accentuato dalla qualità incandescente delle interpretazioni che mostrano un talento fuori dal comune.
Venuti firma anche la (non esaltante) “La semplicità”, mentre l'altro conterraneo Kaballà partecipa alla scrittura dell'eterea “Fino a quando” e della più tesa “Non ti ho mai chiesto”, cui mette mano anche lo stesso Virlinzi.
Ancorché acerba, la Consoli che affiora dalle vibrazioni della trasognata “Questa notte una lucciola illumina la mia finestra” (altro singolo estratto), dalla struggente "Sulla mia pelle" e dalla litania acustica di “La stonato” mette in mostra una interessante verve di autrice e interprete.
La Carmen più impertinente e dissacrante affiora dai versi della rockeggiante “Vorrei dire” (“voglio un cuore cane bastardo”) e della ancor più esplicita “Lingua a sonagli”, tutta giocata su uno spoken insolente alla Ustmamò ("Perchè non parli cosicché potrò stanarti/ Lingua a sonagli sputa in bocca a tuoi fratelli").

Nel 1996 Carmen Consoli consolida il successo con una lunga tournée nelle principali città italiane e partecipa a manifestazioni importanti (Concerto del 1° maggio, Max Generation, Sonoria, Premio Recanati, Premio Tenco), emozionando il pubblico grazie all'energia e alla passione delle sue performance. In alcuni casi, presenta già delle nuove canzoni, come la disturbante "Per niente stanca" che andrà a far parte del suo secondo lavoro.
Il '97 si apre con il ritorno a Sanremo con un nuovo brano: "Confusa e felice". E' una nuova ventata di energia, propulsa da potenti distorsioni di chitarra, che mette in mostra la forza e la determinazione della rocker siciliana. Il brano, dal suono scarno ed elettrico, nervoso e scattante, è anche il miglior biglietto da visita dell'omonimo album, Confusa e felice (1996). Un titolo che diverrà in breve uno degli slogan dell'anno.
L'album, destinato a conquistare il disco di platino, conferma il talento di Carmen presentandola in una veste più elettrica e "sporca" rispetto a quella dell'anno prima. I testi narrano di amore e disillusione (l'intensa "Fino all’ultimo"), ma affrontano anche tematiche più dure e scomode, come l’olocausto e l’Aids. “Ricordo il freddo massacrante i timidi lamenti della mia gente/ ammassati stipati dentro un treno merci”, è il canto sconsolato di un ebreo diretto verso il campo di concentramento in "Un sorso in più"; la succitata "Per niente stanca", imbevuta di acidi feedback, esprime invece tutta la solitudine e la frustrazione di un malato di Aids ("Adesso che ho sangue infetto/ nessuno vorrà piu' leccare le mie ferite"), segnando un'altra sua prodezza.
In generale, tutto il disco è pervaso da uno spleen nervoso e paranoide, che si sublima nei timori dell'inquieta "Uguale a ieri" e nell'ode pungente di "Venere", che mette alla berlina senza fronzoli la noia di una lunga relazione amorosa (“Fortunatamente da giorni è finita la lenta agonia dei tuoi fiori/ sto ancora rimettendo la nostra ultima cena romantica”). Un viaggio nel buio di cui "Blunotte" è la più degna rappresentazione, con i suoi tormenti scavati nell'esile cornice acustica di chitarre e archi.
Ma in generale è il clima del disco a convincere e sorprendere, così come il nuovo tour italiano, che regala a Carmen la definitiva consacrazione.
Nel frattempo sono nate altre canzoni, provate durante le prove con il suo gruppo.

Una sirena a Catania

Carmen ConsoliCosì la cantautrice siciliana si chiude per tre mesi in una casa alle porte di Catania e le registrazioni seguono veloci. E' il preludio all'uscita del nuovo album, Mediamente isterica (1998), trascinato dal singolo "Besame Giuda", consueta litania sottile trascinata da potenti chitarre rock. "E' un titolo che parla già di donne - spiega la cantautrice siciliana - perché noi donne siamo sottoposte almeno una volta al mese a una settimana di scompenso ormonale, che reca disturbi dal punto di vista nervoso... Dopo aver suonato oltre 100 date con la band, la maggior parte dei pezzi è nata durante il tour, grazie all'entusiasmo che mi trasmetteva il pubblico. Quando li vedevo ballare, mi veniva voglia di fare dei brani ancora più potenti, quasi punk. Abbiamo lavorato molto sui ritmi, sui tempi, siccome mi sono sentita molto frammentata, disgregata, sentivo che i quattro quarti non descrivevano completamente il mio equilibrio. Avevo bisogno di tempi dispari, che riflettessero il mio stato d'animo, spesso rotto, spezzato, pieno di cose che mi hanno distratta dalle grandi gioie e dai grandi dolori".
Ritratta come una sirena in copertina, Carmen Consoli sfodera un cocktail di energia, testi graffianti e melodie limpide, al servizio di un manifesto cupo di fine millennio.
Dodici racconti, dodici istantanee femminili in cui la Cantantessa - come ormai viene soprannominata - è attorniata da una band ormai perfettamente affiatata, in cui soltanto il ruolo di bassista è lasciato a una turnazione tra Enzo Ruggiero, Salvo Cantone e la stessa Carmen (nella disperata "Geisha").
Si spazia con scioltezza dalla rabbia rappresa di "Puramente casuale", ancora una volta giocata sul contrasto tra tenerezza melodica e versi sprezzanti, alla durezza quasi grunge di "Contessa Miseria" (vibrante invettiva contro la chirurgia estetica e i suoi danni) e della tesa "Sentivo l'odore" (con i suoi muri di chitarre quasi in territori Smashing Pumpkins), fino alla melliflua "Eco di sirene" e al riuscito duetto con Mario Venuti in "Mai come ieri", mentre "Autunno dolciastro" indugia un po' troppo su questa formula (dolceamara, per l'appunto) ammantata di nuovi, roventi feedback.
Al netto di una certa ripetitività - alla quale in tanti inchioderanno la Consoli anche negli anni a venire - Mediamente isterica ne mette in luce la prepotente maturazione di autrice che concede pochissimo alle esigenze commerciali e che riesce a mantenersi sempre coerente e inossidabile nella sua ricerca artistica.

La consacrazione (anche internazionale)

Carmen ConsoliA partire dal gennaio '99, Carmen Consoli torna in tournée insieme al suo inseparabile gruppo, formato da Massimo Roccaforte alla chitarra, Leif Searcy alla batteria, Enzo Ruggiero, basso, e Santi Pulvirenti, chitarra. Al termine di questo tour si chiude nuovamente in studio per incidere il suo album, Stato di necessità (2000), e una canzone da presentare a Sanremo, intitolata "In bianco e nero". Nei brani, trapela sempre una vena autobiografica: "C'è anche un elemento che io chiamo "di identificazione" nel senso che cerco di identificarmi in realtà circostanti filtrandole e facendole solo mie", spiega Carmen. E si avverte anche una svolta nella musica, ora più quieta e ordinata: "A un certo punto sembrava stessi impersonando un personaggio, quello dell'artista che fa sempre e solo rock, quindi ho cercato di cambiare. Mi sono accorta di aver raggiunto il limite con il disco precedente e ho voluto imprimere sonorità diverse al nuovo album".
Può capitare così di imbattersi perfino in una tenera bossa nova come quella di "Parole di burro", uno dei migliori motivi melodici della cantautrice catanese, abbandonata qui a un'oasi di dolcezza in cui si insedia anche l'altra hit del disco, "L'ultimo bacio", ballatona di struggente nostalgia per voce e archi (i "mille violini suonati dal vento"), resa celebre dall'omonimo film di Gabriele Muccino dell'anno successivo.
Consoli si ritrae come una "Bambina impertinente", prendendo in prestito distorsioni e vocoder caratteristici del rock italiano di quegli anni, e si riconosce incoerente ("Novembre '99"), continuando quell'opera di autoanalisi che la caratterizzerà ancora a lungo. E se la struggente "L’epilogo" ricompone a modo suo i cocci di una storia d'amore in frantumi, la conclusiva "Non volermi male", pennellata da una splendida intro di piano, è un'altra tenera confessione di vulnerabilità. Commuove anche la rivisitazione del mito di "Orfeo", dove la sventurata Euridice invoca il suo amante affinché la aiuti, inconsapevole del fatto che non vi potrà mai riuscire. Chiudono il cerchio l'irrequieta invocazione della title track ("Saltami addosso, dottore, coraggio divorami/ Straziami, studiami a fondo"), il risentimento della vibrante "Amado señor" e l'istantanea "In bianco e nero", che affida il racconto del rapporto con la madre a un'altra melodia pregevole.

Stato di necessità è il disco del successo definitivo per la Cantantessa, quello che accontenta tutti: palati rock più esigenti e pubblico mainstream, valendole diversi premi e addirittura la possibilità di realizzarne una edizione francese ("État de necessité"), che include due brani in francese e una cover di Serge Gainsbourg realizzata con la produzione artistica di Henri Salvador.
Sempre attentissima all'immagine, Carmen Consoli diventa l'icona femminile del nuovo rock italiano, tra apparizioni in tv, fortunate tournée e collaborazioni di rilievo, su tutte quella con il concittadino Franco Battiato, suo storico mentore. I suoi modelli sono le cantautrici di culto degli anni Novanta, PJ Harvey, Bjork e Tori Amos, ma anche l'hard-rock dei Led Zeppelin. "Sono una persona a cui piace la vita e piace vivere, mi piace ridere e sorridere anche su me stessa - racconta. E il futuro non mi fa paura. Vivo e vedo quello che capita. Intanto mi diverto a suonare e a far divertire. Senza prendermi troppo sul serio".

Nel 2001 torna con L'anfiteatro e la bambina impertinente, un disco dal vivo inciso nell'anfiteatro greco di Taormina, insieme a un'orchestra di cinquanta elementi - quella sinfonica del Teatro Vittorio Emanuele di Messina - diretta da Paolo Buonvino.
Consoli, con quest'opera, si pone a metà strada tra la tradizione melodica italiana e il rock'n'roll. Il maggior pregio del disco - che riporta 15 delle 25 canzoni suonate in quella serata - è proprio l'equilibrio fra gli arrangiamenti orchestrali e le scabre rock ambientazioni rese attraverso la voce e la chitarra della cantante catanese, a conferma di una maturità ormai pienamente raggiunta.

L'eccezione (2002) presenta dodici nuove canzoni all'insegna dell'"umorismo siciliano, venato di tristezza, che ti fa sorridere anche se dietro c'è un dramma". Perché, come lei stessa spiega, "quando ho motivo di grande gioia, vivo immediatamente la nostalgia, la consapevolezza della precarietà e della caducità delle cose. In ogni felicità sento già la malinconia". Un sentimento che ha dato vita, nell'album, a due figure solitarie come la Matilde di "Matilde odiava i gatti" che, preda delle sue nevrosi, finisce per uccidere un gatto e poi se stessa, e il professore di "Moderato in re minore", solo e insoddisfatto il giorno della vigilia di Natale. Fa da contraltare la melodia radiosa di "Pioggia d'aprile", canzone descrittiva ma sempre immaginifica, che uscirà anche in inglese per il mercato internaizonale con il titolo di “April Showers” e che sarà anche accompagnata da un raffinato videoclip.
Dalla solitudine si passa alla paura dell'abbandono di "Fiori d'arancio", alla malinconia di "Uva acerba", alla voglia di ribellione di "L'alleanza" e del primo singolo omonimo "L'eccezione", fino alla critica alla Chiesa espressa in "Eppur si muove".
Fanno eccezione due esperimenti come la strumentale jazz "Carmen" e "Masino", filastrocca techno in catanese, ispirata a un episodio avvenuto durante la lavorazione del disco, in una cascina ottocentesca a Sant'Alfio, alle pendici dell'Etna.
Si tratta di un album discontinuo, in ogni caso, che non sempre riesce a evidenziare le qualità migliori della cantautrice siciliana, ma quando vi riesce lo fa con straordinaria nitidezza e autenticità.

Nel 2006 l'uscita di Eva contro Eva segna il ritorno della cantantessa alle sonorità rock e mediterranee delle origini. Duduk, mandoloncelli, bouzouki allestiscono un sound caldo e appassionato. Il singolo "Signor Tentenna" dipinge un quadro di ordinaria grettezza umana, mentre "Maria Catena" è un apologo sulle maldicenze di paese e "Una preghiera in gola" narra l'angoscia di una madre che attende da vent’anni che torni il figlio dal fronte, “con il rosario al petto”.
Storie di palpitante vita quotidiana che conferiscono un senso di sincerità, diversamente da altri passaggi più "costruiti" e in definitiva pretenziosi (gli africanismi di “Madre Terra”, la leziosità di “Il sorriso di Atlantide”). Più a fuoco invece la collaborazione con Goran Bregovic, autore delle musiche di “Il pendio dell'abbandono”, brano uscito come singolo un anno prima e poi inserito nella tracklist del disco, che sarà reinterpretato in inglese come "On A Leash" da Selina O'Leary (nell'album "Champagne For Gypsies" di Bregovic) e anche dalla cantante e attrice croata Severina Vučković con il titolo di "Gade" (e sarà anche il tema del film “I giorni dell'abbandono” di Roberto Faenza, con Margherita Buy e Luca Zingaretti, e con un cameo dello stesso Bregovic).
Consoli appare qui ancora alla ricerca di una completa maturità espressiva, indecisa tra l'urgenza rock degli esordi e la composta malinconia dei lavori più recenti, ma anche a questo giro le gemme non mancano di certo.

Elettra, musa del Tenco

Carmen ConsoliPer certi versi Elettra (2009) è un po' il proseguimento di questa nuova fase acustica inaugurata dall'album precedente. Ma qui si lasciano da parte le divagazioni etniche o sperimentali di sorta; sempre più vicina alle radici della sua Sicilia, Elettra è una Carmen matura e malinconica che impiega uno stuolo di chitarre e mandolini per pizzicare con grazia quasi barocca le dieci nuove composizioni.
Nonostante le atmosfere più tranquille non si tratta però di un album necessariamente più rilassato rispetto ai precedenti; si inizia infatti con una delle liriche più personali di sempre, quella "Mandaci una cartolina" dedicata al padre scomparso dove Carmen - con abile maestria da songwriter - coniuga i ricordi personali con uno sguardo alla società italiana creando un bozzetto decisamente nostalgico ma che non indulge nel dolore familiare. Ma non solo; l'emozionante friggere dei violini nel ritornello di "Col nome giusto" regala brividi di dolce mestizia, il ritornello di "Elettra" tocca letteralmente il cielo con un dito, e due pezzi come "Perturbazione atlantica" e "Non molto lontano da qui" cullano l'ascoltatore con grazia sonnacchiosa.
A sorpresa è la presenza del Maestro Battiato a trovarsi un filo fuori fuoco col resto dell'atmosfera del disco ("Marie ti amiamo"), mentre la quiete viene turbata di netto dal raccapricciante racconto di uno zio pedofilo ("Mio zio") e dalla pungente parata in dialetto catanese di personaggi grotteschi di "A finestra".
E' innegabile che a un primo ascolto Elettra non attacca più come la Carmen di un tempo, ma andando avanti con gli ascolti si rivela presto la sua stoffa; è l'album di un'artista che, a carriera più che avanzata, sta ancora esplorando l'evolversi del proprio suono e in barba alla popolarità nazionale ormai raggiunta si concede il lusso di non piegarsi alla ricerca del ritornello studiato da mandare in radio.
Del suo valore si accorgeranno i critici che le assegneranno la Targa Tenco come Miglior Album dell'anno (prima donna a vincere nella lunga storia del prestigioso Club Tenco). Ancor più prestigiosa sarà la recensione che il New York Times dedicherà alle sue esibizioni nella Grande Mela: "Carmen Consoli è una magnifica combinazione tra una rocker e un'intellettuale… una voce piena di dolore, compassione e forza".
Traguardo che si aggiunge a numerosi altri raggiunti ormai dall'artista catanese, prima artista italiana a calcare il palco dello Stadio Olimpico di Roma, unica italiana a partecipare in Etiopia alle celebrazioni dell'anniversario della scomparsa di Bob Marley, nonché headliner a Central Park e autrice di tre sold-out di fila a New York.

La sua prima raccolta ufficiale Per niente stanca (2010) è un buon modo per ripercorrere la sua carriera in lungo e in largo. Tra le altre cose spicca l'inedita "Guarda l'alba", una canzone scritta a quattro mani con Tiziano Ferro (una scelta che molti dei suoi fan criticheranno più per partito preso che per altro, visto che il pezzo è semplicemente splendido).
Nel frattempo, la cantautrice catanese consolida la sua fama di strepitosa performer con concerti sempre ben congegnati, nei quali a volte fanno capolino anche le cover di una sua illustre conterranea e idola, come Rosa Balistreri, voce tra le più autentiche e originali dell'intera canzone popolare italiana (qui una magistrale interpretazione di "Cu ti lu dissi").

Ci vorranno poi ben cinque anni per avere un nuovo album di inediti, una lunga pausa durante la quale Carmen ne approfitta per fare un figlio a Londra ricorrendo all'inseminazione artificiale (Carlo Giuseppe) e "guardare tanta televisione", il che - al netto di ogni cinismo - giunge quasi come una doccia fredda per quella fetta di pubblico che aveva imparato ad amarla per l'irrequietezza e l'energia dei suoi bollenti spiriti (si sa, i fan accaniti sono i più difficili da accontentare).
Ma la Cantantessa non si è certo ammansita, sta semplicemente seguendo la sua naturale evoluzione artistica e di donna; ha messo quasi interamente da parte l'arte di raccontare sé stessa e ha dato voce all'istinto di una madre che si sta domandando - quasi impaurita - in che razza di mondo ha messo alla luce la sua creatura.

Le dieci tracce di L'abitudine di tornare (2015) raccontano il Belpaese visto attraverso gli occhi di una donna che osserva e trae ispirazione dalle storie di altri, quasi fosse una giornalista dotata di spiccata empatia.
Si racconta dunque del sofferto amore segreto tra due donne in "Ottobre", l'omertà del popolo siciliano che marcia in un "Esercito silente", la tragicomica violenza femminicida contro "La signora del quinto piano", una famiglia ridotta sul lastrico che aspetta tempi migliori che non arriveranno ("E forse un giorno"), e il viaggio della speranza degli immigrati che si mettono in balìa del mare consci di poter anche non sopravvivere a "La notte più lunga" della loro vita.
Qualche barlume di una Carmen possibilmente autobiografica si sente nell'impietoso racconto di una coppia inaridita da ogni passione, illustrato con poche crude immagini che ben rendono l'idea di una "Sintonia imperfetta", mentre spacca letteralmente il cuore la title track con la sua dolceamara storia di un'eterna amante irretita da un uomo che ha appunto la pessima abitudine di tornare tutte le sante volte. Ovviamente non manca nemmeno il benvenuto al proprio pargolo, celebrato con "Questa piccola magia" che chiude l'album.

Qualcuno sentirà sempre nostalgia della vecchia Carmen, quella che urlava al vento come una matta "Confusa e felice", quella che zoppicava "Mediamente isterica" tra tempi dispari e sofferte distorsioni elettriche, o quella che alla sola vista di un camice bianco cadeva in preda ad un altalenante "Stato di necessità" ormonale, ma il tempo continua a non scalfirla poi tanto; lontana sia dallo stinfio neomelodismo dell'Ariston che da certo indie italico, Carmen Consoli veleggia per un mare tutto suo; queste agrodolci canzoni di folk-pop partenopeo in salsa elettro-acustica, scandite come sempre da una voce inconfondibile tra mille, la rendono un personaggio raro nel panorama italiano, una cantante ampiamente nota al grande pubblico ma ancora in grado di mantenere integra la sua proposta. E lo fa con una grazia che a tratti l'avvicina a colleghi come Nada, Max Gazzè e Paola Turci, tutta gente con la quale infatti ha spesso e volentieri fatto comunella in passato.

Un lucido amarcord

Carmen ConsoliPassano sei anni prima dell'uscita dell'atteso album successivo, Volevo fare la rockstar (2021). Un lasso di tempo lunghissimo, per le logiche del mercato musicale contemporaneo, che ha permesso però alla Cantantessa sicula di restare sospesa in una sorta di bolla, fuori dai giochi, e di ripresentarsi ora con ritrovata vigoria e creatività. Come ci ha raccontato in una lunga intervista, del resto, avvertiva forte l’esigenza di fermare il tempo, di soffermarsi su pensieri, riflessioni, ragionamenti, schivando le insidie della frenesia bulimica dei nostri giorni. Volevo fare la rockstar, allora, ha assunto soprattutto il tono di una riflessione matura, tra sfera intima e politica, nostalgie e speranze per un domani diverso, meno violento e disumanizzante. Insomma, quell’invito a “respirare col cuore” e a “riaccendere i sogni e i lumi della ragione” contenuto nel bel singolo che ha anticipato il disco (“Una domenica al mare”).

Griffato da un’azzeccata copertina vintage che ritrae Carmen con fiocco e grembiule e con la penna smangiucchiata (“per l'ansia di essere costretta a scrivere con la destra, io che ero mancina”), l'album non si propone di provocare o sconvolgere, ma, nel solco della sua produzione “matura”, seduce lentamente, in modo inesorabile. Immergendosi nell’ascolto dei 44 minuti dell'album, non si può non restare rapiti dalla sua armoniosità melodica: dalla grazia dei riff di basso in stile Motown di “Sta succedendo” all’eccentrica andatura vagamente surf di “Mago magone”, dal Bolero anni 30 e dalle orchestrine anni 50 di “Le cose di sempre” ai suoni caraibici sposati a un approccio da folksinger di “Armonie numeriche”, con tanto di coda strumentale quasi prog-rock in omaggio al padre Giuseppe, cui è dedicata.
Ma è difficile anche restare insensibili alla dolcezza con cui Consoli scoperchia il suo baule dei ricordi, tra scampoli fiabeschi e concrete immagini di una dimensione familiare rassicurante in cui riemerge il ricordo del padre, scomparso nel 2009 e rievocato anche in sogno (“Ed avrei voluto chiederti/ Sarai sempre orgoglioso di me?/ Ed è così che sеi tornato a salutarmi/ Un bouquet di rose bianche е il sorriso di sempre”), mentre al figlio Carlo Giuseppe sono riservati i momenti più radiosi (ma anche i timori) del racconto, come nella ninnananna esotica di “Le cose di sempre”.
Eppure, in questo vortice di ricordi, cartoline ingiallite ed emozioni intime, sublimato dalla chiusa autobiografica della struggente title track, non manca il solito sguardo ironico e disincantato della Cantantessa verso la politica e le miserie nazionali, ben rappresentato dalla filastrocca uptempo di “Mago Magone”, dedicata al circo di illusionisti, sciamani e burloni che inquina la realtà quotidiana, di fronte al quale non resta che affidarsi alla natura e magari “ricominciare, imparare dagli alberi a camminare senza calpestare” (“Imparare dagli alberi a camminare”), mentre paradossalmente l’episodio più costruito come un ‘invettiva vera e propria (“L’uomo nero”) è quello che suona più scarico, a dispetto delle buone intenzioni: l’assalto verbale ai sovranisti e la parodia della retorica fascista di oggi e di ieri.
Musicalmente, domina un suono analogico, con muri di amplificatori e valvolari, curati dal fonico Toni Carbone che ha prodotto il disco assieme a Roccaforte e alla stessa Consoli. Un sound cristallino, grazie anche alla Rickenbacker 12 corde che, affiancata alla chitarra acustica della cantautrice catanese, regala un riuscito mix di sonorità retrò e contemporanee, mentre il mixaggio di Pino Pischetola (storico tastierista di Battiato) dona un raffinato tocco digitale che rende le atmosfere più avvolgenti.

Chi chiede a Carmen Consoli di trasformarsi o di tornare al rock degli esordi resterà forse deluso, così come probabilmente tutti quelli che hanno sempre diffidato di lei (e che comunque fanno sempre in tempo a ravvedersi). Per gli altri, invece, queste dieci nuove carezze non potranno far altro che consolidare l’idea di essere al cospetto di una delle migliori esponenti del cantautorato italiano degli ultimi 25 anni, allergica per natura all'idea di svendersi, nonché – particolare assolutamente non scontato – dotata della capacità di cantare, e in modo sempre originale.

Contributi di Damiano Pandolfini ("Elettra", "L'abitudine di tornare")

Carmen Consoli

Meno confusa e pił felice

di Claudio Fabretti

Dotata di uno stile vocale particolarissimo e di una notevole abilità scenica, la "Cantantessa" di Catania si è imposta come una delle icone del cantautorato femminile italiano. Tra energia rock, melodie nostalgiche e testi auto-ironici. Un percorso che l'ha portata a raggiungere anche prestigiosi traguardi internazionali
Carmen Consoli
Discografia
 Due parole (Cyclope/Polydor, 1996)

 

Confusa e felice (Cyclope/Polydor, 1997)

 

Mediamente isterica (Cyclope/Polydor, 1998)

 

Stato di necessità (Cyclope/Polydor, 2000)

 

 L'anfiteatro e la bambina impertinente (live orchestrale, Universal, 2001)

 

 L'eccezione (Polydor, 2002)

 

 Un sorso in più (live a Mtv, Universal, 2003) 
 Eva contro Eva (Universal, 2006) 
Elettra (Universal, 2009) 
 Per niente stanca (antologia, Universal, 2010) 
L'abitudine di tornare (Universal, 2015) 
 Eco di sirene (live, Universal, 2018) 
 Volevo fare la rockstar (Universal, 2021) 
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