Carmen Consoli

Carmen Consoli

Meno confusa e pił felice

intervista di Claudio Fabretti

Catturata al telefono a Verona durante le prove del concerto-omaggio a Franco Battiato “Invito al viaggio”, una torrenziale Carmen Consoli si racconta a tutto campo. Spaziando dal nuovo album, “Volevo fare la rockstar”, alle sue radici blues e al folk popolare della conterranea Rosa Balistreri, dalla voglia di fermare il tempo a Orwell, dal ricordo commosso di Franco Battiato all’emozione dei concerti a New York e della imminente tournée. Senza tralasciare riflessioni sul senso del rock, su suo padre Giuseppe appassionato bluesman scomparso nel 2009, sulla deriva dell’insulto libero da social network e sulla sua maternità da single. Mostrando una formidabile verve (anche di imitatrice) e un incontenibile desiderio di tornare alla musica dopo il grande gelo della pandemia.

Ciao Carmen, anzitutto una curiosità: conosci OndaRock?
Sì, come no, certo! 

Parliamo subito di questo tuo nuovo album, “Volevo fare la rockstar”, che esce a sei anni di distanza da “L'abitudine di tornare”. A quanto pare, l’abitudine sembra essersi un po’ diradata: era tua intenzione prenderti una pausa così lunga o ci sono di mezzo gli eventi di questo ultimo anno e mezzo?
Sì, il disco era rimasto in freezer. Di fatto era già pronto due anni fa. La maggior parte delle canzoni sono state scritte prima della pandemia. Durante la pandemia ho composto solo tre brani: “Imparare dagli alberi a camminare”, “Volevo fare la rockstar” e “Armonie numeriche”. Tutto il resto è stato realizzato prima, anche se non eravamo ancora entrati in studio, avevamo solo inciso dei provini in pre-produzione (basso-batteria-chitarra) e avevamo registrato tutto live, giusto per avere un ricordo di queste canzoni. Poi è successo quello che sappiamo e ci siamo detti: “Ragazzi, ci si rivede quando passa questa influenza”. Ma “questa influenza” poi è durata un anno e mezzo…

E nel frattempo hai cambiato qualcosa?
Sì, ad esempio, il titolo. Il disco non si sarebbe dovuto intitolare “Volevo fare la rockstar” ma “Armonie numeriche”. L’idea della rockstar è venuta dopo, come spunto per una riflessione generale sulla mia vita. È rimasta invece l’idea di sfruttare le canzoni suonate dal vivo: batteria-basso-chitarra e le voci sono state incise in presa diretta, poi abbiamo aggiunto archi, tastiere e qualche altra chitarra. In una settimana avevamo tutto.

Si è perso il gusto del tempo necessario per elaborare una gioia o un dolore, un pensiero. È il concetto stesso di filos sofia, l’amore del ragionamento. Il tempo che si impiega – non si perde – per arrivare a una conclusione. Ma oggi il tempo è denaro e bisogna arrivare subito ai risultati.

Carmen ConsoliA proposito di tempo, nel singolo, “Una domenica al mare”, oltre alla nostalgia (il ricordo di tuo padre), si percepisce il tuo desiderio di rallentare: “Se solo ci fermassimo a respirare col cuore”. È proprio diventato impossibile?
Io credo che ci stiamo snaturando. Siamo esseri umani, fatti per vivere delle emozioni in un certo tempo. Per partorire, ad esempio, servono nove mesi, non possiamo ridurli a tre. Oggi si è accentuata la tendenza a velocizzare tutto, a perdere il gusto del tempo per elaborare una gioia o un dolore, un pensiero. È il concetto stesso di filos sofia, l’amore del ragionamento. Il tempo che si impiega – non si perde – per arrivare a una conclusione, attraverso il dialogo, snodando parole, pensieri, ragionamenti, è fondamentale. Ma oggi il tempo è denaro e bisogna impiegare il minor tempo possibile per arrivare ai risultati. Così a noi ci dicono di fare le canzoni in due minuti, a voi di fare le fucilate e di tagliare i vocaboli anacronistici. Diventa tutto il sunto del sunto, tutti si fermano allo slogan o al titolo: ormai è visto come una perdita di tempo anche andarsi a leggere l’articolo. Il tempo non è necessariamente una privazione: è un regalo che ci facciamo per fissare le cose, per trovare il percorso migliore per noi stessi. Invece, no, tutto si trasforma in questo revisionismo storico permanente.

Il revisionismo: entriamo in un terreno minato…
Ma sì, perché ormai tra notizie superveloci e informazioni che piovono da tutte le parti e si inflazionano già il giorno dopo, è un continuo reset. Ogni 20 anni abbiamo un aggiornamento, come i computer, e non ci ricordiamo più niente di 20 anni prima. Revisioniamo la Storia. Stiamo dimenticando di restituire un po’ di dignità alla memoria. La Storia per me è il fondamento della stessa identità del futuro. Oggi sogno, desidero, creo un progetto, vedo il futuro, ma sulla base della Storia e la Storia non me la possono confondere.

Molto orwelliano come scenario: la rimozione della memoria per adeguarla al presente, come avveniva in “1984”…
Esatto, come in “1984” diventa un crimine utilizzare un vocabolo anacronistico, amare, lasciare fluire il cuore. Winston e Julia vivono questa storia d’amore e non possono incontrarsi perché amare è un crimine. L’amore, il sogno, il desiderio sono tutte cose più tangibili di quanto non sembrino: sarebbe bello se si potesse investire sull’amore, sulla felicità degli uomini. Invece noi cosa definiamo “tenore di vita”? Il conto in banca? La posizione sociale? Alla fine ci facciamo poco senza la felicità.

C'è di mezzo sempre la voglia di rallentare, quando parli di “Imparare dagli alberi a camminare”?
Buffo, eh! Ho scoperto che gli alberi camminano e ho voluto costruirci su una canzone. Ci sono anche degli olivi pugliesi che hanno uno spostamento di un tot ogni anno, quindi nei secoli si sono spostati. In un tempo molto lungo e, soprattutto, senza calpestare nessuno.

Siamo ormai nella logica della libertà di insulto assoluta. Io sono il predatore e riesco verbalmente a violentarti, a farti stare zitto: questo è lo schema di oggi. E tutti sanno tutto, tutti Wikipedia sono!

Altra impresa, in tempi di insulto libero...

È da tempo che mi sto facendo molte domande su questo argomento. Tu dirai: lo diceva anche Aretha Franklin – o Otis Redding, per dirla giusta – ma dobbiamo ripeterlo ancora, perché oggi ce n’è di nuovo bisogno. Siamo ormai nella logica della libertà di insulto assoluta. Io sono il predatore e riesco verbalmente a violentarti, a farti stare zitto: questo è lo schema di oggi, anche televisivo. Ogni tanto devo prendermi la camomilla quando vedo certi dibattiti politici in televisione, mi viene la tachicardia, sto male! (ride)

Certo, la tv è stata cattiva maestra, del resto aveva già previsto tutto Nanni Moretti in “Sogni d’oro”, non so se ti ricordi la scena del dibattito…
Sì, esatto! Trionfa la volgarità, la maleducazione. Un tempo da piccoli ci dicevano (con accento siciliano, ndr): “Stai zitto, se non sai le cose, non parlare”. Oggi tutti sanno tutto, tutti Wikipedia sono! Per esempio, anche ai nostri tempi… ma non so, forse sei più giovane di me…

Eh, magari! Ho qualche anno in più…
Veramente?! Dalla voce non si direbbe (ridiamo). Quindi ai nostri tempi ti ricordi come facevamo le ricerche, con le foto ritagliate e incollate sui quaderni? Era bellissimo. E già allora c’erano i tuttologi. “È arrivau u triccani”, diceva sempre mio padre Giuseppe. Li chiamava “i treccani” come l’enciclopedia. Oggi invece sono tutti wikipedia: non c’è più bisogno di prenderti una laurea in Medicina, c’è internet. E comunque una cosa è la sintesi, un’altra è la banalizzazione. Il nostro Bignami in fondo era utile, conteneva i fatti fondamentali da poter poi approfondire in seguito. La banalizzazione è molto più pericolosa: significa svilire i fatti, non saper leggere i collegamenti tra le cose.

A proposito di tuo padre, scomparso nel 2009, la sua presenza si avverte molto forte nel disco. Oltre a un verso di “Una domenica al mare”, c’è anche un brano, “Armonie numeriche”, interamente dedicato a lui.
Qualche giorno fa mi è venuto a trovare nel sonno. Ho sentito il suo dopo-barba. Mi piace pensare che sia tornato per farmi gli auguri per il mio compleanno.

Il rock? Per me non è il muro di chitarra, quello lo fa anche Avril Lavigne... Il rock è Joan Baez a Woodstock, Bob Dylan con la sua chitarra. In Italia il più rock è stato De André: cosa c'è di più rock della storia del nano col buco del culo troppo vicino al cuore?

L'infanzia del resto torna sempre. Per questo hai scelto quella copertina?
Eh sì, con tanto di fiocco e grembiule e con la penna smangiucchiata per l'ansia di essere costretta a scrivere con la destra, io che ero mancina. Sognavo di fare la rockstar e la lampada tascabile era il mio microfono, mentre il tavolo della cucina era un palco perfetto. Volevo fare la musica e scuotere su e giù la testa, imbracciando una chitarra vera.

Carmen Consolil titolo del disco, “Volevo fare la rockstar”, fa riemergere il ricordo dei tuoi esordi, per l’appunto molto rock. Chi erano i tuoi idoli rock dell’adolescenza? E hai mai pensato di tornare prima o poi a quei suoni?
In realtà, non ho mai abbandonato del tutto quel tipo di approccio. Per esempio in questo periodo mi sto sfogando in questo senso portando in giro con Marina Rei – batterista incredibile e mia grandissima amica – uno spettacolo per chitarra, batteria e voci nel quale siamo abbastanza aggressive, diciamo così. Suoniamo entrambe lo stesso strumento dei nostri papà (nel suo caso la batteria, nel mio la chitarra). Ci stiamo divertendo tanto. Io ho una chitarra acustica, accordata un semitono sotto, ma attaccata a due amplificatori in parallelo con la pedaliera dell’elettrica; l’acustica ha una linea diretta standard e l’altra collegata ai due amplificatori (un Fender Twin e un Orange), prova solo a immaginare cosa viene fuori… un rumore terribile! Insomma, la mia vena rock è sempre viva, anche se per me non è solo una questione di suono, c’è anche dell’altro.

Che cosa?
Se io penso a Woodstock, penso a quanto fosse rock Joan Baez, eppure si è presentata sul palco solo con una chitarra e voce. Penso soprattutto al contenuto del rock: a Bob Dylan, non al muro di chitarra. Oggi anche Avril Lavigne ha il muro di chitarra, ma quello che diceva Bob Dylan è rock anche solo con una chitarra. Ad esempio, il nostro artista più rock per me è stato Fabrizio De André, non c’è dubbio. Uno che scrive “i nani sono cattivi perché hanno il buco del culo troppo vicino al cuore” è veramente super-rock (ride). Lui si manifestava davvero come un artista di rottura, nel testo, nel concetto stesso della canzone. Come lo è stato anche Franco Battiato.

Franco portava tutti a casa sua, a pranzo, a cena... La sua casa era il vero centro di gravità permanente. Però a casa mia ci veniva: era ghiotto dello spezzatino vegetale che cucinava mia mamma. Mi diceva sempre: 'Carmen, il pubblico va disatteso, per esempio io ho fatto queste Messe Sacre che annoiano anche me...'. Era una persona ironica, generosa, pura come un bambino. Quando è arrivata la notizia a Catania hanno pianto tutti, dal barista al panettiere... 

Già, e a questo proposito naturalmente volevo chiederti un suo ricordo: tu lo conoscevi bene e hai anche partecipato all’omaggio all’Arena di Verona cantando la sua “Tutto l’universo obbedisce all’amore”. Com’era il tuo rapporto con Franco, cosa pensi che ti abbia insegnato e cos’è secondo te che lo ha reso unico nella storia della musica italiana?
Tra l’altro era un uomo dalla generosità esemplare, sai? Lui ha aiutato veramente tutti...

Pur essendo un solitario, a volte anche un po’ misantropo, per sua stessa ammissione…
Sì, è vero che lui non frequentava la mondanità, detestava certi giri. Però non era uno che stava tanto solo, alla fine, non era un eremita, portava tutti a casa sua. In pratica, selezionava un ambiente che gli piaceva e se lo ricreava a domicilio. La casa di Franco era sempre piena di gente: sempre gente a pranzo, sempre gente a cena, sempre gente invitata per mesi: cantanti, attori, ballerini… di tutto di più. La casa di Franco era il vero centro di gravità permanente.

Anche a proposito del rapporto con Lucio Dalla, si narra che quando gli chiedeva di uscire con i suoi amici, gli rispondesse sempre: “No Lucio, vieni tu a casa mia”.
Sì sì, lui faceva così. Però a casa mia veniva…

Carmen Consoli con Franco BattiatoCome facevi a convincerlo?
Io ero vicina di casa di Franco. E poi mia madre Maria Rosa fa uno spezzatino vegetariano molto buono e lui ne andava ghiotto. Quindi veniva ogni tanto a pranzo da me e mamma cucinava per lui. Ci raccontava tutte le sue cose, anche le più strane. Per esempio, ci disse che con la forza di volontà stava riuscendo a farsi crescere i capelli neri in una parte della testa. Diceva a mamma “Maria Rosa, solo a te lo posso dire, perché la gente mi prende per matto, ma io ci sto riuscendo con la meditazione”. Lui del resto sosteneva che con la volontà si può ottenere tutto, o quasi, e che comunque vale la pena desiderare e volere fortemente le cose.


E a te quali consigli dava?
Mi diceva sempre: “Carmen, quando il pubblico si aspetta qualcosa da te, tu lo devi disattendere”. E poi: “Io ad esempio ho fatto queste Messe Sacre, anche se mi annoio io stesso ad ascoltarle!” (Facendo una buffa imitazione di Battiato in siculo): “Io metto questo disco, me lo sento e dopo un po’ dico: matriii, che cosa noiosa!”. Ma era convinto di questo: il pubblico va disatteso. Io ho avuto la fortuna di conoscere Franco – e anche Manlio Sgalambro, che tra l’altro era amico di mio padre – in giovanissima età, già a 19 anni feci un pezzo di Battiato che si chiamava “L’animale”. Lui abbracciava tutti gli artisti e mi prese particolarmente a cuore. Per esempio, “Tutto l’universo obbedisce all’amore” l’abbiamo cantato insieme in studio. Mi diceva: “Devi cantare in una tonalità più bassa, non urlare mai, devi cantare comoda”. Gli davano fastidio le cantanti che urlavano, tipo quelle auto con le marce tirate allo spasimo. Ma tu l’hai conosciuto?

No, purtroppo, ho fatto solo un paio di interviste con lui, anche se una certa idea della persona me l’ero fatta.
Una persona veramente speciale. Con un grande senso dell’umorismo, sottile, irresistibile. E con la purezza di un bambino. Lui ha aiutato sempre tutti e tutti noi catanesi l’abbiamo amato: quando è arrivata la notizia, è stato un pianto ininterrotto, dal barista al panettiere, tutti non riuscivamo a fermare le lacrime. È incredibile quello che una persona può riuscire a generare intorno a sé.

Rosa Balistreri era un'altra persona speciale. Si racconta che abbia messo il primo paio di scarpe a 9 anni. Eppure ha saputo farsi strada con l'enorme dono della sua voce, con la sua grande voglia di circondarsi di artisti, di cultura. Cantava il dolore, era blues come Janis Joplin. Rosa era la nostra Bessie Smith.

A proposito di tuoi conterranei, da grande fan di Rosa Balistreri, ho apprezzato molto le tue interpretazioni di suoi brani, ad esempio “Cu ti lu dissi”. Secondo te, cosa ha donato alla tua terra e cosa senti di aver in qualche modo appreso da lei?
Vedi, questo è un altro esempio di persona speciale. Lei veniva da Licata e si narra che il primo paio di scarpe l’abbia messo a 9 anni. Una donna nata e cresciuta in una povertà terribile. Eppure con questo enorme dono della voce, con questa capacità di potersi sempre migliorare e di volersi accostare alla cultura, con questa attitudine quasi socratica che l’ha portata ad attorniarsi di pittori, scrittori, artisti, è riuscita a imporsi. Io sono cresciuta con la musica americana, mi piaceva il blues…

Carmen ConsoliEcco, non mi hai più detto chi erano i tuoi idoli…
Elvis Presley è stato il primo. Da bambina avevo la musicassetta del suo "Flaming Star", che ho consumato. Adoravo questo ragazzo. Quando venni a sapere che era morto, ci rimasi malissimo. Mio padre me lo rivelò soltanto nel 1982…, miii fu una disperazione te lo giuro, mi ero veramente innamorata di lui. Poi Janis Joplin, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, quindi blues e rock americano, ma anche inglese: Eric Clapton, Led Zeppelin. Era anche il gusto che mi trasmetteva mio padre, che era un chitarrista blues: suonava sempre B.B. King, faceva una “The Thrill Is Gone” perfetta, precisa identica, si era studiato tutto, pure la pronuncia. Poi mi affacciai alla musica popolare. Avevo 13 anni e feci il mio primo spettacolo in teatro, uno spettacolo di Ercole Patti, “Un bellissimo novembre”: io cantai Rosa Balistreri vestita da cantastorie, in abiti folkloristici siciliani. E scoprii che non c’era nessuna differenza tra Rosa e Janis Joplin, se non nell’utilizzo del linguaggio: il linguaggio di Janis pescava da scale che si sono sviluppate in America tra il folk irlandese e la commistione del blues, chiamiamole pentatoniche, blues, folk, country; mentre noi avevamo le minori armoniche, le minori melodiche, altri tipi di scale. Ma l’emissione, il dolore, l’attitudine blues, la disperazione che cantavano queste donne, tentando di esorcizzare attraverso il canto questa miseria dell’animo, erano identiche. Rosa era un po’ la nostra Bessie Smith.

I concerti a New York? Un sogno. La cosa che mi è piaciuta di più è il fatto che a riscuotere più successo era sempre “A' Finestra”, la canzone in dialetto. Si vede che per loro era esotica, faceva un po’ un effetto “world music”!

Dal tuo primo show, passiamo a quelli che ora arriveranno: come sarà il tour di “Volevo fare la rockstar”?
Ancora non lo so! A me piacerebbe portarmi finalmente un quartetto d’archi che ho già individuato, poi un fiato (quindi trombone/tromba), il mio chitarrista, un basso, la mia chitarra, un percussionista che aggiunge un po’ di colori e cose varie, poi tastiere un po’ vintage, tipo Rhodes, Hammond, in contrasto con giocattolini tipo Roland. Peccato però che non sia fattibile: troppa gente sul palco, dovrò ridimensionare le mie aspettative, almeno se non ci daranno la capienza del 100%. Io però continuo a sognare…

A proposito di sogni: com’è stato esibirsi a New York? Ho letto di concerti sold-out e di accoglienze positive anche da parte della critica americana. Il New York Times ti ha definito "magnifica combinazione tra una rocker e un'intellettuale, con una voce piena di dolore, compassione e forza".
Ma la sai la cosa che mi è piaciuta di più della tournée all’estero, alla fine? Il fatto che a riscuotere più successo era sempre “A' Finestra”, la canzone in dialetto (da lei spiegata in questo spassosissimo video, ndr). Si vede che per loro era esotica, faceva un po’ un effetto “world music” (ride). Posso dirmi comunque veramente felice, ho avuto il privilegio di girare il mondo con la musica, più fortuna di così? Ho realmente realizzato il mio sogno di bambina. Speriamo di poter continuare a farlo, questo virus è stato un bel guaio anche per la musica.

La fecondazione assistita non è una passeggiata. Avrei preferito “macari cu lu piacìri”, come diciamo noi in Sicilia, anche col piacere... in questo senso ho detto che la famiglia tradizionale rimane un bel modello. Ma tutto si trasforma, anche le famiglie, e non possiamo restare ancorati a valori medievali: ci deve essere spazio per tutti.

Sui media si è parlato tanto della storia della tua maternità. Hai raccontato di aver fatto ricorso alla fecondazione assistita a Londra, per avere tuo figlio Carlo Giuseppe, dopo aver affrontato un lungo percorso che in Italia, purtroppo, è precluso alle donne single. Poi però hai speso parole in favore della famiglia tradizionale. Che cosa ti senti di dire su questo argomento?
Io ho detto che la famiglia tradizionale rimane un bel modello, ma non l’unico. Visto che ho fatto la mamma single, potrei tirare acqua al mio mulino e dire che la famiglia tradizionale è un fallimento, ma non lo penso affatto: dobbiamo esistere tutti, anche se per mio figlio la famiglia normale è la sua. Carlo va in una scuola super-specializzata e le pagelle ci dicono che è un bambino equilibrato e felice. Però sinceramente mi sarei evitata tutta questa gran fatica, la fecondazione assistita non è una passeggiata. Avrei preferito “macari cu lu piacìri”, come diciamo noi in Sicilia, anche col piacere. Invece è una strada bella impegnativa, forse quella tradizionale lo è meno. Ma tutto si trasforma, anche le famiglie, e non possiamo restare ancorati a valori medievali.

Purtroppo ci dicono che dobbiamo chiuderla qua…
Grazie di questa bella chiacchiera, avrei continuato a parlare con te a lungo, spero di poterlo fare presto.

Grazie a te e saluti anche da noi di OndaRock!
Un saluto a tutta la redazione di OndaRock!

(Versione estesa di una intervista pubblicata sul quotidiano Leggo - 3 ottobre 2021)



Discografia
 Due parole (Cyclope/Polydor, 1996)

 

Confusa e felice (Cyclope/Polydor, 1997)

 

Mediamente isterica (Cyclope/Polydor, 1998)

 

Stato di necessità (Cyclope/Polydor, 2000)

 

 L'anfiteatro e la bambina impertinente (live orchestrale, Universal, 2001)

 

 L'eccezione (Polydor, 2002)

 

 Un sorso in più (live a Mtv, Universal, 2003) 
 Eva contro Eva (Universal, 2006) 
Elettra (Universal, 2009) 
 Per niente stanca (antologia, Universal, 2010) 
L'abitudine di tornare (Universal, 2015) 
 Eco di sirene (live, Universal, 2018) 
 Volevo fare la rockstar (Universal, 2021) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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