Cult

Hidden City

2016 (Cooking Vinyl) | alt-rock

Ian Astbury è un uomo che ha sempre una storia da raccontare. Durante un'intervista, il carismatico leader dei Cult ha rivelato di essersi ispirato a una scritta sulla t-shirt che Carlos Tevez, attaccante argentino ben noto ai tifosi bianconeri, fa vedere quando segna un gol sollevando la maglia della squadra. C'è qualcosa di intrigante, per lui, nel fatto che nell'esultanza il calciatore mostri fiero la propria provenienza, come se ci dicesse "guardate dove sono, e da dove sono arrivato". "Ciudad Oculta" è uno dei quartieri più poveri di Buenos Aires - di cui molto si occupò Papa Francesco quando era cardinale - contraddistinto da un'ampia diffusione di droga e da un alto tasso di criminalità, definito "la città nascosta" perché il governo argentino, nel 1978, costruì un muro che non facesse vedere la miseria ai turisti accorsi per il Mondiale. Un particolare che diventa la metafora di qualcosa di più grande: la città nascosta altro non è che lo spirito che abbiamo dentro di noi.
"Siamo nel pieno di una crisi spirituale, e cerchiamo di riempire questo vuoto che abbiamo dentro con serie Tv, gadget di ogni tipo, droghe psicotrope". Se ai tempi di "Choice Of Weapon" la croce di Ian erano i redattori hipster di Pitchfork, oggi il cantante ci dice la sua sulla smania di chi corre ad acquistare l'ultimo costoso smartphone di tendenza, su un mondo fatto di persone che cercano disperatamente di farsi vedere. Non per manifestare i propri sentimenti, ma perché necessitano di sentirsi omologate. In una società simile, il gesto di Tevez acquista un valore unico.

Stavolta non ci sono simboli apache o figure enigmatiche come sulla copertina del disco precedente, a materializzarsi davanti ai nostri occhi, ma uno schizzo di sangue vermiglio su un giglio bianco a sancire il legame ineluttabile tra il dolore e la purezza. "Hidden City" è un album che si nutre di contrasti, che musicalmente rappresenta una summa di tutti i punti di forza di una carriera che prosegue dopo oltre trent'anni ma senza un vero modello esplicito, senza rincorrere ancora una volta a tutti i costi quei "Love", "Electric" e "Sonic Temple" che resero i Cult delle star negli anni Ottanta - gloriosi, sì, ma che non torneranno più.
Sul versante dei testi è un disco intimo, con le ferite aperte bene in vista. Ian Astbury calibra al meglio potenza ed espressività laddove il suo strumento - sempre distinguibile ma più maturo e sofferto, grazie alle ruvide venature che il tempo che passa gli ha donato - deve svettare, mentre altrove si fa crooner confidenziale. Billy Duffy fa ciò che ha sempre saputo fare: disegna riff efficacissimi, ma con più disciplina rispetto al solito. Merito (anche) del produttore Bob Rock, che ha confezionato un lavoro che non suona quasi mai inutilmente appesantito, e che inserisce anche piano e tastiere - suonate da Jamie Muhoberac, già a disposizione dei Fleetwood Mac in "Say You Will", di Chris Cornell e dei My Chemical Romance - senza snaturare la ricetta classica del Cult-sound. John Tempesta (Exodus, White Zombie, Testament, Helmet) festeggia ormai dieci anni di sodalizio con la band inglese, e il basso di Chris Chaney (Jane's Addiction, Alanis Morissette) ha presenza e carattere, specie nella highlight "Hinterland", dalle parti di certi Primal Scream e dei Simple Minds di "Love Song".

"No Love Lost" può puntare allo status di modern classic senza alcuna fatica: non tragga in inganno il titolo, più che ai Joy Division qui si guarda agli Alice in Chains e alle sonorità dure di "Beyond Good And Evil". Più imparentata invece con i New Order di "Get Ready" e gli U2 di "Zoo Station" la successiva "Dance The Night", ma è solo un attimo prima che lo spettro di Jim Morrison torni ad aleggiare nella ballad "In Blood", con piano, chitarre e archi sintetizzati che dialogano rispettando i turni di parola. Tutto è in perfetto ordine nella scena sonora di "Birds Of Paradise", quasi à-la Mark Lanegan, mentre "G O A T" (in pieno stile "Electric") si inserisce un po' a fatica nel contesto generale, con Duffy in prima linea e un suono meno denso, più "secco" ed elementare. Per trascinare trascina, ma senza una meta precisa.

L'atmosfera cambia, ancora una volta, con "Deep Ordered Chaos". Parigi è sotto attacco, circa un anno dopo la strage di Charlie Hebdo ("A child of liberty/ I opened my eyes/ Defend Paris"). "Sono un europeo", canta sommesso Astbury, e si domanda: "Is this the western dream?". Il rock diretto di "Avalanche Of Light" è forte di un ritornello particolarmente felice, mentre "Lilies" si ammanta di un'insolita veste pop spagnoleggiante, con una chitarra acustica e un piano elettrico che si fanno spazio e si uniscono al resto dell'ensemble. Un raggio di luce, posizionato strategicamente, che entra dalle alette delle persiane nella stanza buia che sono le liriche di Astbury quasi a fare loro un dispetto. Se "Heathens" è un altro rock by numbers, in odore di Rolling Stones ultima maniera, "Sound And Fury" è una lenta canzone d'amore al pianoforte, vulnerabile, con forti richiami all'amato David Bowie dei primi Settanta.

I Cult ce l'hanno fatta, anche stavolta. Buona l'accoglienza nel Regno Unito ("Hidden City" ha raggiunto la diciannovesima posizione in classifica), discreta nel resto del mondo (in Italia si è accontentato del sessantaseiesimo posto), per un disco che chiude egregiamente una trilogia iniziata con "Born Into This" che si è dimostrata una resurrezione artistica dopo anni di incertezze. Se vogliamo proprio trovare un difetto, una scaletta più asciutta con uno o due brani in meno avrebbe funzionato ancora meglio; tuttavia, la stratificazione di suoni e di immagini permette un'esperienza diversa ad ogni singolo ascolto. Non è un risultato alla portata di tutti.

(03/05/2016)

  • Tracklist
  1. Dark Energy
  2. No Love Lost
  3. Dance the Night
  4. In Blood
  5. Birds of Paradise
  6. Hinterland
  7. G O A T
  8. Deeply Ordered Chaos
  9. Avalanche of Light
  10. Lilies
  11. Heathens
  12. Sound and Fury




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