Gwen Stefani

This Is What The Truth Feels Like

2016 (Interscope) | urban-pop

Inutile negarlo, di suo Gwen Stefani ci rimane congenitamente simpatica. Era troppo divertente vederla saltellare ai tempi in cui faceva la monella garage assieme ai suoi coloratissimi No Doubt. E poi siamo rimasti letteralmente a bocca aperta quando l'abbiamo vista trasformarsi, con una mirabolante capriola, in quell'irresistibile popstar capace di mescolare nostalgia e lustrini eighties a sfavillanti produzioni urban-j-pop. Il tutto senza mai perdere quel sorriso ammiccante e una freschezza bionda ossigenata che non la fa mai apparire falsa né volgare, ma che anzi la rende una delle possibili eredi al trono di Deborah Harry assieme all'amica del cuore Shirley Manson.

Tuttavia Gwen ha da sempre un lato B, ovvero una tendenza a strafare in lungo e in largo, spargendo le proprie energie alla ricerca di motivetti fin troppo scontati per la sua persona. Questa caratteristica era venuta prepotentemente a galla sull'ultimo poco fortunato "The Sweet Escape" del 2006, che difatti era rimasto privo di eredi fino a oggi, ma anche il più recente "Push And Shove" con la sua vecchia band non aveva fatto poi tanto per riscattarla.
Un chiacchieratissimo divorzio, un periodo di merda, nuovi fling e qualche pezzo sparso poco convincente e poi rinnegato a ragione dalla stessa: la nuova Gwen Stefani oggi dovrebbe essere finalmente una songwriter capace di dare alle stampe un album degno del suo nome. "This is What the Truth Feels Like" del resto è un titolo che porta con sé grosse promesse confessionali, ma che purtroppo non sempre vengono ripagate.

A contribuire all'hype ci ha pensato la stessa Gwen, che ha sparato subito tutte le cartucce migliori. Sono davvero poche le popstar del suo rango capaci di mettersi a nudo con una scarna ballad quale "Used To Love You" e uscirne vittoriose grazie al solo carisma. Non solo, quell'impietoso videoclip girato in una sola ripresa è dannatamente magnetico proprio grazie alla palpabile emozione che trapela dal suo volto corrucciato, mentre tenta di recitare le liriche del testo. Con un nulla, Gwen ha tirato fuori la break-up song più diretta e toccante degli ultimi mesi.
Poi se n'è uscita con l'esatto contrario di "Make Me Like You", una sfiziosissima pop song primaverile trascinata dall'irresistibile levità dell'interpretazione, che sfodera con disarmante semplicità il sorriso di una donna di 46 anni trovatasi nuovamente libera e viva dopo tredici anni di matrimonio e tre marmocchi sulle spalle (e quando, nell'intermezzo prima della ripresa, Gwen fissa la telecamera e sospira quel "thank God" facendo perno sulla "g" si sente tutto il peso della sua gratitudine).
Pochissimi giorni fa, invece, abbiamo ricevuto "Misery", altro compendio squisitamente melodico dove Gwen si strugge in un implorante ritornello senza mai perdere di vista il bersaglio - la riprova di tutto il valore dell'insostenibile leggerezza del Pop quando viene ben eseguito.

A onor del vero, per il resto dell'album Gwen non cade quasi mai veramente in basso, ma quell'irresistibile vena mista tra il giovanile e il sentito mostrata dai singoli a tratti viene meno. Certamente fa piacere ascoltarsi un pezzo quale "Where Would I Be?", che sfodera antichissime reminescenze ska, mentre l'attuale tendenza tropical house viene onorata da "Truth" e soprattutto dalla curiosa "Send Me A Picture", che si candida come il pezzo sul "sexting" più pudico e malinconico di sempre, a dimostrazione del fatto che si può parlare di relazioni via smartphone nell'era post-Tinder anche senza mostrarsi volgari come un membro della famiglia Kardashian.
Ma nonostante una produzione smaltata e sempre modernissima, diverse nuove trovate melodiche fanno cadere i pezzi tra le smagliature della calza, soprattutto quando si tenta di tornare in strada alla futile rincorsa della sempiterna "Hollaback Girl". Vedasi la sguaiata "Red Flag", o i saltelli a fiato corto di "Naughty", un poco convincente pezzo punitivo dedicato all'ex-marito Gavin Rossdale, che sembra infilato in scaletta più per alimentare il fuoco del gossip che per il bisogno di dovergli davvero dire qualcosa. Ma sono soprattutto il grezzo cameo di Fetty Wap e l'inspiegabile uso massiccio del vocoder a fare di "Asking 4 It" uno dei suoi pezzi peggiori di sempre, in certi fraseggi la voce di Gwen suona identica a quella di Britney Spears (oppure è proprio Britney quella che canta?).

Bisogna comunque dar credito a Gwen Stefani per il modo in cui sa esercitare controllo sulle proprie uscite, e per come sa tenersi al passo con le sonorità più in voga del momento; non dimentichiamo che il panorama pop nel quale si muove è dei più sdrucciolevoli in assoluto, e dove eventualmente cade lei ci sono già decine di ben più blasonate popstar che son cadute prima e pure peggio.
Quando Gwen agguanta il pezzo giusto è ancora imbattibile, ma dopo un decennio d'attesa forse era lecito aspettarsi qualcosa di più completo da una raccolta di dodici canzoni (presentateci poi con cotanta aspirazione redentoria). C'è insomma l'amara constatazione che, nonostante la sua personalità sempre frizzante e sbarazzina, il miracoloso equilibrio raggiunto da "Love. Angel. Music. Baby." rimarrà un episodio unico e insuperato.

(21/03/2016)



  • Tracklist
  1. Misery
  2. You're My Favourite
  3. Where Would I Be?
  4. Make Me Like You
  5. Truth
  6. Used To Love You
  7. Send Me A Picture
  8. Red Flag
  9. Asking 4 It feat. Fetty Wap
  10. Naughty
  11. Me Without You
  12. Rare
  13. Loveable*
  14. Rocket Ship**
  15. Getting Warmer**
  16. Obsessed**
  17. Splash**

*versione standard internazionale
**versione deluxe internazionale




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