I livornesi Humanoira, dopo anni di gavetta, s’impongono con “L’arte di sciogliere la neve” (Snowdonia, 2007), un brillante assemblato di post-rock Tortoise-iano sghembo, poesia maledetta e jazz da camera, uno dei gioielli del rock italiano.
Trascorso un lungo periodo dedicato ai concerti, il complesso torna con “Fedeli alla linea”. La formazione è invariata, la mente Riccardo Vivaldi, voce e strumenti vari, Davide Varriale basso e laptop, Marco Franchi, chitarra e synth, e Jacopo Giusti, batteria, ma l’album prende troppo tempo a mostrare di nuovo la loro più verace arguzia non-sense.
Anzi, le varie “Fedeli alla linea”, “Son serio per burla”, sono vaudeville pop con malcelati ammiccamenti radiofonici; il guizzo spetta in questo caso al saltarello hard-rock di “Acari cari” e a un ritornello tarantolato con un uso spassoso dei cori.
Tutta la loro competenza si sfoga, letteralmente, in “Musicomio” e “I miei passi”, senza dirompere realmente. Fa meglio il lavoro di cesello, nelle due dilatazioni isteriche di “In rosa e nero” (però un antico recupero del loro primissimo demo) e del quasi-bolero “L’acne di Nejad”.
Secondo album lungo in diciassett’anni di esistenza, ma spaccone, accusatorio un po’ a vuoto. I siparietti campionati non bastano a completare un sound e un genere che si accontentano della monodirezione. Vincono la spinta aggressiva, due ripescaggi esterni d’operazione-simpatia (la mazurka “E allora senti cosa fo’” di Stefano Rosso e “Il re fasullo” tratto dal “Robin Hood” disneyiano), e un verso che è anche un sottotitolo anti-programmatico: “Fedeli alla linea, sì, ma della pancia”.
07/04/2016