Il trio degli Orange Beach confeziona il debutto “Fuzz You” (2010), prodotto dalla Second Shimmy del mitico Kramer, secondo brevi jam (quasi a mo’ di pallottola) che affondano le radici in territori vagamente jazz-rock e fusion, ma maturando in frizzante spirito irriverente, e di sicuro con un’esecuzione ben più rustica dell’accademismo. Il lato migliore del disco è il campionamento nei vari stili della musica rock (che saltano spesso e volentieri di palo in frasca).
“Amateurs”, forte di questo spirito, annovera altri due numeri esplosivi e godibili: una “Khaled” che è una danza onirica di accordi e suoni esoterici alla Marc Ribot, condita con percussioni incalzanti, e una “Proto” che è un “canto” di chitarra acida e subacquea, mentre la sezione ritmica pompa un tempo quasi-punk, come se fosse uno strumentale dei Minutemen, che dura finché tutto s’invola in un’apoteosi di sorta. Purtroppo nessun’altra particolare idea emerge dal resto, né nel bozzetto swing-rock di “Black Suv”, né nell’ancor più generica “Sagra”, né nella melodia (sprecona) di “Saurio’s Are Back In Town”.
Avvicendato con ballad cantate (“Orange Skyes”, le più articolate “The Unpredictable” e “Ss7 Quater”, e una “Waterfall” à-la Calexico “vorrei ma non posso”), segna l’accomodamento del terzetto dei casertani Paolo Broccoli (chitarra), Agostino Pagliaro (basso e voce) e Maurizio Conte (batteria), autori in comune delle musiche. Anche per questo è difficile sentirvi un preciso ordine di stile, poco affidato alle trovate e troppo incline a una seduta di prove tra sessionman particolarmente smaliziati. Tra i suoi peccati anche una goffa cover – o, meglio, una trascrizione strumentale – “Everybody Wants To Rule The World”, Tears For Fears. Percussioni: Antonio Perillo.
02/01/2016