Già figurante nel presepe twee dei Brunettes al tramonto e in una miriade di altre misconosciute formazioni (Teenwolf, The Cosbys, Hang Loose e il vero cult, Disciples of Macca), Chelsea Nikkel pareva destinata a restare solo una tra le pedine dell’affollata scena indie-pop di Auckland quando, nel 2011, le si sono spalancate le porte di un’imprevista popolarità grazie al videoclip di “The Sigarette Duet” – ad oggi premiato in rete da trenta milioni e passa di visualizzazioni – in cui per l’appunto la fanciulla kiwi duettava con il capobanda Jonathan Bree. Il suo primo disco solista, “Lil’ Golden Book”, si è avvantaggiato di quella discreta esposizione mediatica contribuendo a fare di lei (in compagnia del suo onnipresente persiano, Winston) un piccolo personaggio da quelle parti, sorta di quintessenza del carino, anche fuori dello stretto circuito alternativo.
Stilisticamente, con la nuova raccolta “Aftertouch”, non siamo distanti dall’elettronica povera del sophomore “The Great Cybernetic Depression”, dalla cui lunga gestazione è di fatto scaturita anche buona parte delle cover qui presentate. L’assemblaggio dei nove brani, registrati nell’arco di un lustro tra il 2010 e il 2014, compone una rassegna di riletture space-pop ultra-rarefatte, minimali e, almeno stando alle intenzioni, eteree. Il rigore del piano formale non riesce però quasi mai a silenziare del tutto quell’impressione di kitsch e amatorialità un po’ pacchiana che la copertina dozzinale suggerisce più o meno consapevolmente. E in effetti il risultato riesce abbastanza algido per via della natura disadorna dei brani – giusto qualche battito sintetico, la voce e le marcature dei synth, sempre giocate tra il flou e il plumbeo – che in più di un frangente (“Come As You Are” per esempio) degradano verso l’effetto-karaoke in modo anche stucchevole.
Il problema nasce dalla scelta di trattare tutto il materiale servendosi del medesimo registro zuccherino, imbronciato e narcotico, per dare vita a una sorta di fiaba sotto barbiturici, ovattata e raggelante, che uniforma una fin telefonata “Can’t Help Fallin In Love” e gli Interpol, Nirvana e Beatles, senza sostanziali variazioni. Se lo schema si dimostra inevitabilmente più appropriato con la synth-wave a marchio Captured Tracks dei Craft Spells di “After The Moment”, perfetta per sollecitare i vaporosi onirismi da sempre nelle corde della neozelandese, “And I Love Her” esce quasi trasfigurata dal trattamento ma a suo modo affascina, con quel mix di fantasticheria e indolenza.
Le cose funzionano meglio con la rivisitazione di “Morning Sun” di Marianne Faithfull, curioso quanto elusivo (e infettivo) retro-pop molto anni Ottanta, e ancor più con “Side Of The Road” di Lucinda Williams, resa con il candore guasto di un F.M. Cornog e illuminata dalla sensualità un po’ da ninfetta della Nikkel, idealmente sugli stessi binari notturni di una Ambrosia Parsley o una Britta Phillips (al netto dell’ovvio gap autoriale).
Al di là dei nomi noti, l’onore al merito va tributato, più che altro, per la lodevole iniziativa di celebrare qualche connazionale rimasto in ombra: la title track premia gli esercizi da cameretta del nerd di Wellington Luke Rowell, in arte Disasteradio, offrendo l’atteso salto di qualità all’electro-pop della Nostra, mentre “Cold Glass Tube” paga dazio al James Milne scapigliato e sublime degli esordi nei Reduction Agents.
Prima che cali il sipario il sangue torna così a circolare e prende campo la malinconia, quella splendente. Non basta, ma aiuta.