“Dawn” è un lavoro dalla morbida attitudine sperimentale, che si muove entro 12 tracce in maniera coerente e omogenea, nonostante il profilo melodico che lo caratterizza sia fecondo e molteplice; esso si intrattiene, infatti, nel sottobosco indie-folk con lo stesso gusto per i suoni acustici e per quelli delicatamente elettronici, senza disdegnare incursioni pop.
Un melting pot leggerissimo, che dà vita a una visione d’insieme visceralmente trasognata, capace di di avvilupparsi ora in motivi mantrici ora in suoni dilatati e morbosi, richiamando talora James Blake (“Lean”, “Deliverance”), altre volte Bon Iver (“Only”).
La chitarra si muove con leggiadria, molto più di quanto faceva nell’Ep “Berlin”, e lo si capisce confrontando le due versione di “Shortline” presenti nell’uno e nell’altro. Qui è come se non volesse disturbare le tessiture vocali dell’australiano, che richiama a sé immagini, ricordi, speranze e sensazioni, con la naturalezza di una voce che sembra danzare come vento tra gli alberi (“Berlin”), o perdersi nei meandri di climax impetuosi, indulgiando su ciascuna parola (“Beacon”).
Ciò che manca al disco nella sua interezza è forse un vero e proprio scossone, un’emozione prepotente, ruvida e improvvisa, che sconvolga durante l’ascolto. Ma “Dawn” è così, la levigata compatezza che lo caratterizza è il suo punto di forza e al contempo il suo limite: prendere o lasciare.
24/09/2016