Sam Coomes

Bugger Me

2016 (Domino) | psych-pop

È curioso leggere in giro di "Bugger Me" come del debutto solista di Sam Coomes, già mente dei veterani Quasi e di svariati progetti minori, amico fraterno del compianto Elliott Smith e turnista di rango per Built To Spill e Heatmiser. È curioso, perché tecnicamente l'esordio in solitaria risale a una quindicina di anni fa, alle sghembe animazioni e ai classici blues psichedelicizzati dello sfortunato alias Blues Goblins. A ben vedere, non si può considerare inedito nemmeno l'eccentrico collage che l'artista californiano ha ideato e piazzato in copertina - al centro la star del celeberrimo "Fantasma dell'Opera" diretto da Rupert Julian nel 1925 - visto che ricalca a grandi linee quello scelto qualche anno fa per un modello di t-shirt della sua band a due con Janet Weiss.

Mentre le sue migliori creazioni (il trittico "R&B Transmogrification"/ "Featuring Birds"/ "Field Studies") sono appena state ristampate per lodevole iniziativa della Sub Pop, il Nostro non ha certo trascorso con le mani in mano i tre anni dall'ultimo avvistamento: si è dilettato in veste di produttore per gli Hungry Ghost, nuova band della batterista Sara Lund (Unwound, Corin Tucker Band) e ha messo in piedi l'ennesima stramba compagine, Deep Fried Boogie Band, condivisa tra gli altri con l'ex-Guided By Voices Chris Slusarenko (già compagno nei Takeovers), il cui primo passo sulla lunga distanza è atteso per la fine di quest'anno.

Con puntuale ironia, la nota stampa fa un sommario ritratto stilistico al disco evocando "i Suicide che incontrano i Beach Boys", salvo precisare poi che non è ai sofisticati interpreti di "Pet Sounds" che si deve far riferimento, bensì ai loro cugini, ben più alla buona, di "Surfer Girl" o simili. Non mancano, per ingolosire ulteriormente, richiami ai nomi polverosi di one-hit wonder muffite come Chris Montez e Timmy Thomas, da prendere peraltro con le relative pinze. Il cast è ridotto al solo statunitense, ai tasti bianchi e neri della sua piccola bestia totemica e a "Conny", una rhythm box non programmabile di metà anni Sessanta.

L'album si apre con la rumba avariata di "Stride On". Pulsazioni gommose accompagnano la dondolante malia del rocksichord e il candore un po' guasto, amabilmente stralunato, di Coomes. Che a questo giro è un po' come il Fantasma del Palcoscenico di Brian De Palma, chiuso nella solitudine di un ideale sotterraneo a scrivere le sue elegie sfiorite ma a loro modo incantevoli, con un'immediatezza formidabile e un cuore che, dimentico di certe pagine manierate di ieri, ha ripreso a sanguinare come nei giorni migliori. "Cruisin' Thru" rispolvera il romanticismo all'aceto di certi passaggi su "Hot Shit!", l'opera gioiosamente cupa che forse ricorda più da vicino queste nuove astrazioni, narcotiche e crepuscolari.

In "Tough Times in Plastic Land" si respira una piacevole atmosfera da laboratorio. Scalcagnato, gorgogliante, pauroso e polveroso, come potrebbe aver cittadinanza nella fantasia di un bambino, ma abitato da un genio creativo irregolare per necessità, quindi adorabile anche con tutte le sue brutture. Il grottesco, nella declinazione di Sam Coomes, trova in questa raccolta una messa a punto, e insieme una compiutezza, altrove solo accarezzate. "Everybody Loves A War" chiarisce come la sua weirdness pencolante, miserabile e sublime, abbia le carte in regola per illanguidire o intenerire i pochi ascoltatori che le si concedano, con le sue bizzarre evocazioni da un immaginario cinematografico che è ormai mitologia pura: in testa gli horror con Lon Chaney e Bela Lugosi, ma senza tralasciare la fantascienza pidocchiosa di tanti B-movie dimenticati e, più di rado, anche quella miliare (il segmento "Just Like The Rest" nasconde un omaggio nemmeno troppo velato al Vangelis di "Blade Runner").

Immalinconito e perdente come non mai, Sam sfodera alcune delle sue canzoni più struggenti e infettive di sempre, biascicando per poi sgolarsi mentre l'organo disegna impassibile le proprie spettrali, dolcissime melodie senza più speranza. Un Coomes minore e per certi versi monocolore, ma perfettamente a suo agio con registri umorali che da sempre gli calzano come un guanto, senza palesare la minima ansia da prestazione e senza la necessità di fare altrettanto bene con la chitarra elettrica, per l'occasione abbandonata nella sua custodia. In "Fordana" le ritmiche plumbee trovano una loro sublimazione grazie al magnetismo quasi mistico, allucinatorio, dell'organo, mentre la voce rovinata ma sincera del cantante si premura di mantenere il tutto in una dolorosa dimensione terrena, che sa di volo spezzato e tocca corde importanti.

I due inserti filler "The Tuccus" enfatizzano l'intonazione lugubre e naif del disco, eredità diretta dell'ormai remota stagione Donner Party, mentre la title track chiude i giochi nel segno della stessa rancida euforia, con il supplemento di uno sguardo torvo destinato a infrangersi e impazzire tra le vorticose spirali del synth, assecondando il rumore di una grana fotografica mandata poco per volta a farsi benedire. Quel che la pellicola ha registrato è il Coomes di oggi nel suo plateale disincanto. Un orgoglioso anacronismo che ai più cinici apparirà crudo ma a tutti gli altri potrebbe anche piacere.

(05/09/2016)

  • Tracklist
  1. Stride On
  2. Tough Times In Plastic Land
  3. Everybody Loves A War
  4. Shined It On/Lobotomy Eggs
  5. The Tucchus pt. 1
  6. Cruisin' Thru/Just Like the Rest
  7. Fordana
  8. Corpse Rider
  9. The Tucchus pt. 2
  10. Bugger Me
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