Vektor

Terminal Redux

2016 (Earache) | technical-thrash-metal, progressive-metal

L'eccezione, per eccellenza, del thrash-metal dell'ultimo decennio sono i Vektor. Questo quartetto statunitense più che guardare ai big four (Metallica, Slayer, Anthrax e Megadeth) si immerge nella tradizione spaziale e fantascientifica dei Voivod, attinge alle strutture dei più progressivi Death, si ispira agli sfoggi tecnici dei Watchtower e rievoca l'energia devastante dei più ispirati Sodom.
Con questi punti cardinali hanno scritto due opere che possono stare nell'olimpo del technical-thrash-metal come "Black Future" (2009) e "Outer Isolation" (2011), lavori in cui hanno mostrato l'abilità di allargare le maglie del genere fino a far affiorare black-metal, folk-metal, power-metal e lo spirito progressivo che solo i più ambiziosi possono vantare.

Dopo quasi cinque anni, questo "Terminal Redux" ha quindi un compito molto difficile. Se i primi due album hanno proposto un sound simile, in perenne equilibrio fra fantasia compositiva e necessità di una coerenza che scongiurasse sterili virtuosismi, ora è giunto il momento di evolversi. E, lo diciamo subito, l'operazione è solo in parte riuscita.
Sostenuti da un concept spaziale con spunti da rock-opera, i Vektor speziano la loro narrazione cosmica e distopica a base di metal estremo con alcune sostanziali novità: più varietà nel canto, aumento modesto degli elementi melodici, accelerazioni frenetiche che portano più spesso in territori grindcore.

L'apertura è affidata a "Charging The Void", nove minuti nello stile di "Black Future" che tuttavia sorprendono chi già li conosce con cori soul nella parte finale. "Cygnus Terminal" (otto minuti) opta per un passo più lento e per esplosioni al posto delle raffiche supersoniche: le chitarre si arrampicano, supportate dai ritmi non lineari che sospingono le escalation drammatiche della voce. La melodia è utilizzata per descrivere paesaggi cosmici, ammantando il brano di un mistero ben trasposto in strutture difficili da prevedere. Il trittico iniziale si conclude con "LCD (Liquid Crystal Disease)", senza che lo spettro di "Black Future" sia stato sostanzialmente fugato.
A seguire, con "Ultimate Artificier", "Pteropticon" e "Psychotropia" si assiste a un altro portentoso riassunto di tre decenni di thrash-metal e suoi derivati. Un campionario di riff meccanici, di geometrie vertiginose, di imponenti assalti strumentali che riportano alla mente molte delle band fondamentali del thrash-metal, dagli Slayer ai Mekong Delta. Nuovo pane per i denti dei metallari più incalliti, ma poco che sembri superare quanto già ascoltato nei primi due album.

Più interessante "Pillars Of Sand", che nel suo enciclopedico riassunto è tanto varia da sembrare sempre sull'orlo del caos, irretita da una struttura mutante che fa a malapena comprendere gli sviluppi a dir poco rocamboleschi: sono "solo" cinque minuti, ma è un bignami impressionante di estremismo metallico.
La traccia più incline a suscitare discussioni, "Collapse" (nove minuti e mezzo), è il corrispettivo di "One" dei Metallica: un brano che parte melodico e diventa aggressivo e corazzato. I primi tre minuti sono i più banali, dopo si prova a fondere l'anima thrash/black con quella della ballata. Risultato curioso, che rivela un'accessibilità inaspettata e che registra una varietà nel canto tutta nuova per la band.
Arrivati dopo più di un'ora a "Recharging The Void" (tredici minuti e mezzo), si chiude con uno sfoggio di varietà stilistica, un monumento al più eclettico thrash-metal segnato da una parte centrale, con voci angeliche, che è ai limiti dell'assurdo in questo contesto sonoro. I cori operistici rievocano territori power-metal che pure affiorano, raramente, nei loro brani.

Si diceva che l'evoluzione rispetto ai primi due album è solo parziale, visto che troppo spesso la formazione ripropone i suoi brani ipercinetici e progressivi a base di thrash-metal. In un'opera di oltre 73 minuti, arrivata dopo quasi cinque anni di attesa, ci si poteva aspettare più spazio per le novità, nonostante la spettacolarità della loro sintesi.
In ogni caso, con la trilogia di album completata da questo "Terminal Redux", i Vektor hanno virtualmente messo un punto fermo al thrash-metal, dalle sue origini agli anni 10, senza timore di dialogare con un universo sonoro ampio e articolato. Se riusciranno a superare loro stessi e lo stile che hanno ben delineato finora, però, lo scopriremo nel prossimo, eventuale, album.

(18/07/2016)

  • Tracklist
  1. Charging the Void
  2. Cygnus Terminal
  3. LCD (Liquid Crystal Disease)
  4. Mountains Above the Sun
  5. Ultimate Artificer
  6. Pteropticon
  7. Psychotropia
  8. Pillars of Sand
  9. Collapse
  10. Recharging the Void


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