I londinesi Virginia Wing sono tornati a distanza di due anni dall’album “Measures Of Joy” e di sei mesi dall’Ep “Rhonda”, e la prima sostanziale novità è che il trio nel corso del tempo si è ridotto in un duo. “Una fioritura dopo il freddo precedente”: così è stato descritto il ridimensionamento del gruppo da parte degli stessi Alice Merida Richards (voce, sintetizzatori e organi) e Samuel Pillay (sintetizzatori, chitarra, noises e basso), che in “Forward Costant Motion” sperimentano sonorità sintetiche e scenari nuovi con lo scopo di dare vita a un moderno disco pop audace e creativo.
E i primi due pezzi, “Lily Of Youth” e “ESP Offline”, sono una perfetta sintesi di questa volontà: più che canzoni sembrano deliranti sogni elettronici, in cui suoni e parole scorrono in libertà, in un flusso di sonorità electro pop e psichedeliche che ricordano le atmosfere oniriche, seppur forse più minimali, dei Crystal Castles. La sensazione è quella di essere trasportati in una dimensione fatta di visioni e allucinazioni, un viaggio per mettere alla prova il proprio orecchio con lo scopo di trovare più contaminazioni possibili.
Poi ci sono le tracce strumentali, come “Mecca Cola” e “Andalucia”, in cui l’essenzialità dell’acustica è costituita da frequenze che sembrano un flusso di coscienza sonoro, a cui fanno da sfondo un’ipnotizzante inquietudine, nel primo caso, e una rilassata introspezione, nel secondo. “Grapefruit” è invece uno dei pezzi più riusciti dell’album: si tratta di una cacofonia di crepitii e ronzii che porta a un’allegra spensieratezza, quasi paradisiaca, e sempre con richiami pop e una voce sfumata che sembra provenire da un’altra dimensione.
Un’importante chiave di lettura per comprendere appieno il senso di sogno e “altro mondo” del disco è costituita dalla labirintite (un disturbo interno all’orecchio che si traduce in vertigini e disorientamento) sviluppata da Pillay: ascoltando con attenzione, si può captare il senso di smarrimento e deriva che porta a passaggi in cui le strutture si sciolgono e prendono una loro propria direzione, le canzoni si interrompono bruscamente o sembra che stiano cadendo a pezzi. Un esempio è “Local Loop”, in cui sono inseriti suoni disturbanti, frammenti di voci e improvvisi cambi musicali, che impediscono di lasciarsi cullare dalla musica ma anzi creano una situazione di disagio e disarmonia destabilizzanti.
“Forward Constant Motion” si espande in ogni direzione: prende l’inquietudine dei Phantogram, l’electro pop di BØRNS e la trasgressione di Banks, ma crea al contempo sonorità uniche e inedite. È a tratti cantilenante e ripetitivo, cattura ma allo stesso tempo disturba e infastidisce, un momento sembra addormentato ma il momento dopo prende vita ed esplode; si tratta di un lavoro articolato e apprezzabile dopo vari ascolti, che svela la natura complessa e tormentata dei suoi compositori. Evasione e fuga in un’altra realtà sono alla base dell’intera essenza del disco, che si può riassumere con tre parole: beauty in chaos.
23/12/2016