Alison Moyet

Other

2017 (Cooking Vinyl) | synth-pop

Squadra che vince non si cambia, recita un famoso proverbio applicabile allo sport e non solo. E Alison Geneviève Moyet, detta Alf da quando era una ragazzina talentuosa in procinto di sbocciare, se ne dev'essere ricordata benissimo, allorquando si è seduta a tavolino a programmare il seguito del fortunato "The Minutes" del 2013. E così, detto fatto. Confermatissimo il producer "bristoliano" Guy Sigsworth alla console, confermata la indipendent label Cooking Vinyl per la distribuzione, e pure - e questo è sicuramente l'aspetto più positivo - il mood elettronico, anche se variegato e mai uniforme, che le ha dato nuova linfa creativa dopo decenni vissuti sottotraccia, e l'ebbrezza della Uk chart da cui mancava da una vita. Perché va bene considerarla una delle female singer più brave di sempre mai partorite dalla Gran Bretagna (molto più della celebratissima e pompatissima Adele, paragone che tra le due si usa spesso in ambito scribacchino), va bene pure considerare la sua gran voce del tutto blues, soul, jazz e aggiungeteci pure quello che vi pare, ma a noi, cresciuti a pane e techno-pop, e quindi di riflesso Yazoo, Alison ci piace di più così, e vogliamo celebrarla nella sua veste elettronica e tecnologica, e perché no, pure oscura e malinconica.

Che poi, guarda caso, sono i dettami scolpiti nella roccia del trip-hop, di cui "Other" è ammantato. Synth-pop, è stato catalogato da più parti questo nuovo lavoro della vocalist nativa di Billericay nell'Essex, ma in realtà il synth-pop vero e proprio qui non è che abbondi, giusto un paio di brani di stretta derivazione Yazoo/Depeche Mode, per non dimenticare da dove si è partiti. Per il resto, appunto, imperano le atmosfere oniriche alla Bristol sound, ritmi languidi, suoni orchestrali e sincopati. Sigsworth, già collaboratore di Bjork (e nel disco si sente eccome) e di altre menti eccelse del filone tipo Imogen Heap, Bomb The Bass, Mandalay e Talvin Singh, continua il suo egregio lavoro iniziato con "The Minutes", portando la Moyet fuori dai vecchi e consolidati lidi soul, jazz e acoustic, in poche parole dalla sua comfort zone, e le cuce un rivestimento sonoro moderno e raffinato, che si adatta magnificamente e fa da contraltare alla sua bluesy heavy voice.

Lei, la Geneviève, non se lo fa dire due volte, perché oltre al gran talento non le manca certo la furbizia, intesa nel senso migliore del termine, di capire al momento giusto dove andare a parare. Fu così alla fine del percorso Yazoo, quando su suggerimento della major CBS, gradualmente prima con "Alf" e poi con "Raindancing" abbandonò quel techno-pop che l'aveva santificata al grande pubblico, ma che ormai a metà degli Eightes era in fase morente, almeno come fenomeno di massa. Ed è stato così anche per questi ultimi due dischi, che arrivano non certo casualmente dopo la gloriosa reunion del 2008 con il vecchio socio Vince Clarke (con me e tanti altri a chiederci ancora perché a quella manciata di strepitosi concerti non sia seguito almeno uno straccio di una nuova pubblicazione).
E vista la grande eco suscitata tra media e pubblico del Reconnected Tour, perché mai non proseguire sulla strada elettronica di nuovo maestra? Decisione presa convintamente e portata avanti, tra l'altro, anche nei live che ormai da qualche anno la vedono protagonista di un set completamente electro, coadiuvata da due musicisti ai synth/pad e nient'altro, alle prese con la nuova produzione e il repertorio storico, insieme a una manciata di 4/5 epiche hit degli Yazoo.

"Other" si apre con "I Germinate", l'episodio più heavy dell'intero lavoro, ma già dalle successive "Lover, Go" e "The English U" i bpm scendono e l'anima languida prende il sopravvento. Sembra quasi di sentire i Massive Attack più orchestrali e meno scuri di "Blue Lines", o magari la Bjork di "Homogenic" e "Debut" in "Reassuring Pinches", la vera gemma del disco, senza che le melodie vocali e gli arrangiamenti/suoni sfigurino di fronte a quei capolavori senza tempo. Parte dei brani di "Other" si riaggancia, musicalmente, anche al passato di Alison: ai vecchi labelmates Depeche Mode viene dedicato un omaggio, "Beautiful Gun", con decise assonanze, specie nel guitar riff, con un brano che purtroppo risulta tra i più trascurabili della loro discografia (vedere alla voce "Martyr"). L'Alan Wilder del progetto Recoil fa invece capolino nello spoken word di "April 10th" e nelle atmosfere cinematografiche di "Alive", un capolavoro nel suo genere con armonie stupende, che riassumono tutta l'elettronica, il trip-hop, il dub e tutte le tendenze oscure degli anni 90.

"Happy Giddy" in compenso è purissimo Yazoo-style, è la "Goodbye Seventies" del nuovo millennio che avanza a colpi di ritmo serratissimo e linee di synth che sembrano provenire direttamente dal Revox di "Upstairs at Eric's". L'unico momento acustico, la delicata e malinconica ballad per piano che dà il titolo all'album, va a chiudere un bel disco ricco di idee, moderno e classico al tempo stesso, oscuro nelle timbriche e nei suoni, senza nemmeno troppe concessioni al mainstream. È questa la Alison che preferiamo.

(06/07/2017)



  • Tracklist
  1. I Germinate
  2. Lover, Go
  3. The English U
  4. The Rarest Birds
  5. Beautiful Gun
  6. Reassuring Pinches
  7. April 10th
  8. Other
  9. Happy Giddy
  10. Alive
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