Haim

Something To Tell You

2017 (Polydor) | pop-rock, soft-rock

Si sono lasciate attendere, le Haim: di questi tempi, per una band dall'impronta pop-rock senza una legacy davvero consistente alle spalle, è una decisione che denota quantomeno coraggio, e un pizzico di sfrontatezza. Vero è che Danielle, Este e Alana non è che siano scomparse nel nulla, in questo lungo lasso di tempo: tra collaborazioni a colonne sonore di peso, lunghe tournée, viaggi in giro per il mondo in compagnia dell'amica Taylor Swift (per la quale hanno aperto una buona fetta di date in occasione del 1989 Tour) e featuring vocali inclusi in diversi album, il loro nome ha continuato a correre attraverso l'etere e attenuare quindi l'attesa nei confronti del secondo album, effettivo banco di prova per testare il nerbo del terzetto.
Se la nomea di difficile ha accompagnato tanti secondi lavori di gruppi e solisti partiti col botto, "Something To Tell You" non costituisce la felice eccezione alla regola, anzi rincara la dose, presentando una band non tanto in crisi di identità (il brand Haim viene anzi portato alle estreme conseguenze in questo album), quanto in piena involuzione in fatto di freschezza e grinta melodica, alla fine il tratto saliente di una proposta finora strapiena di ritornelli killer e motivi tra i più trascinanti delle ultime stagioni. Stanchezza transitoria? La speranza di certo è l'ultima a morire, anche se il tempo per la realizzazione non è stato affatto poco.

Come già detto, non sono gli elementi sonori che hanno costituito parte della fortuna, critica e non, del primo album, a rappresentare un problema. Se per questo, anzi, la formula estetica del trio splende più brillante e succosa che mai. Con Ariel Rechtshaid nuovamente in cabina di regia, affiancato in rare occasioni da Rostam Batmanglij e Twin Shadow, il sound delle Haim trova ulteriore forza e slancio, privandosi delle quadrature più urban di alcuni episodi dell'esordio in favore di un più caldo e compatto pop-rock dalle venature West Coast, memore degli eroi putativi Fleetwood Mac. In effetti, se la scelta di registrare parte dei brani nei Valentine Studios di Los Angeles non fosse già una prova schiacciante, "You Never Knew", strategicamente posta a metà del disco, stabilisce in maniera chiara il profondo legame con le armonie pacate e psichedeliche degli anni Settanta californiani, di quell'universo morbido e delicato che ha partorito tra i migliori prodotti dell'epoca. Tra chitarre jangly, un andamento batteristico sereno e cadenzato e una scrittura che avrebbe potuto portarla a essere la ballad mancante di "Days Are Gone" (e forse in questo ha contribuito la collaborazione con Dev Hynes), la canzone non manca di donare notevoli sussulti, e chiarire che ancora la fiammella dell'ispirazione è capace di bruciare se accesa nel modo giusto. Peccato che per il resto la situazione non sappia tenere testa a un brano che come singolo avrebbe goduto di altra fortuna. In un canovaccio melodico abusato ad libitum lungo tutto il corso della tracklist, con refrain che spesso e volentieri ripetono stancamente una sola frase o anche una sola parola, vi è ben poco spazio per la chiarezza di scrittura e la varietà melodica in cui invece le tre sorelle si sono dimostrate provette, col risultato che delle rimanenti dieci canzoni del disco la memoria fatica a ricordarne anche soltanto un paio.

Non che "Want You Back", l'effettivo singolo di lancio, sia così scadente, anzi il suo andamento piacione in scia di funk-rock e la metrica vocale a perdifiato avrebbero potuto da sole strutturare un lancio indimenticabile, se non fosse che appunto la penna si siede su moduli un po' troppo canonici e il climax si sgonfia in un ritornello ripetitivo e monotono (questioni interpretative a parte). Melodie sbiadite e costrituite a questo modo se ne trovano un po' lungo tutta la tracklist, anche laddove il sostrato sonoro e l'attacco lascerebbero presagire qualcosa di più sostanzioso e interessante. Il timido e introverso r&b di "Walking Away", impostato su uno scheletrico pattern di beat al rallentatore e curiose manipolazioni atmosferiche, non riesce a compiere il balzo di qualità, impelagandosi in una commistione improbabile tra le (pur efficaci) sovraincisioni vocali delle ragazze e l'iterazione ostinata (e alquanto inopportuna) del titolo, sfruttato a mo' di mantra ritmico. Così "Little Of Your Love" banalizza le intuizioni delle strofe e la lussuosità quasi jazz dell'arrangiamento in una vuota melodiola che rimanda tanto ai temibili Hanson, paragone utilizzato in maniera impropria a proposito dei pezzi dell'esordio ma che qui torna a presentarsi con maggiore attinenza.
Qualche eccezione al trend caracollante dell'album? A parte la menzionata "You Never Knew", giusto "Found It In Silence" sa valorizzare l'ottima struttura musicale del brano (impetuosi bordoni d'archi e ottime linee di basso), piazzando un bridge di notevole gusto e una composizione un attimo meno sempliciona. Per il resto, c'è purtroppo ben poco da mettere in risalto.

Se è vero che la genesi di "Something To Tell You" si è rivelata complessa, al punto che molte delle sessioni di registrazione hanno portato allo scarto di molto del materiale fino ad allora prodotto, quanto contenuto nel disco parla perlopiù di una band ancora in difficoltà, che nonostante le ottime qualità strumentali e le buone doti interpretative, sente il peso di un passato prossimo da cui è meglio che fugga al più presto. Il futuro si spera che ci racconti di un'emergenza arginata, per adesso però la situazione depone tutt'altro che a favore per le Haim: riuscirà la loro ispirazione a ritrovare il bandolo della matassa?

(30/07/2017)

  • Tracklist
  1. Want You Back
  2. Nothing's Wrong
  3. Little Of Your Love
  4. Ready For You
  5. Something To Tell You
  6. You Never Knew
  7. Kept Me Crying
  8. Found It In Silence
  9. Walking Away
  10. Right Now
  11. Night So Long




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