Meatbodies

Alice

2017 (In The Red) | psych-rock

E così è già tempo di sophomore per i Meatbodies, la creatura di Chad Ubovich – uno degli ufficiali nel piccolo esercito tirato su da Ty Segall, e suo compagno di bravate hard nei Fuzz – che nel 2014 destò una più che favorevole impressione nei seguaci del rocker californiano e che la sempre autorevole In The Red provvede a distribuire quasi in concomitanza con la nuova uscita del golden boy di Laguna Beach. Persi per strada nel frattempo i sodali Cory Hanson (Wand) e Erik Jimenez (Together Pangea), forze fresche sono arrivate dai rimpiazzi Kevin Boog e Patrick Nolan dei Walter. Il fisiologico riassestamento non ha attenuato la spavalderia del frontman. Il disco suona infatti ambizioso, fin troppo, e la nota stampa si è imbrodata nel definirlo un concept-album o una “sorta di fiaba che parla di paura, sesso, guerra, religione, tecnologia, pace, filosofia, edonismo, società, evoluzione e clericalismo”, nientemeno.

E’ la litania scurissima scandita dalla chitarra narcotica e macilenta di “The Burning Fields” a introdurci nel mondo di “Alice”. Un teatro in cui – la subentrante “Kings” lo dice senza incertezze – viene mimata e celebrata un’alienazione radiosa ma sfarfallante, mentre la musica riporta in auge scenografie prog-psych-glam circa primi anni Settanta, regolarmente sabotate, straziate a bella posta da un’infilata di disturbanti detournement space-rock. L’isteria espressiva è ricercata con caparbietà, cavalcata come una tigre che non si sa gestire del tutto. Sotto la crosta di una weirdness imprevedibile e mutante, che centrifuga Black Sabbath e Led Zeppelin, Bowie e il “Magical Mistery Tour”, si muove infatti un discepolo del verbo segalliano, evidentemente incapace di prendere fino in fondo le distanze da lui, e intenzionato quindi a superarlo eccedendo con le enfatizzazioni floreali (come in Jacco Gardner ma con meno fronzoli), i cortocircuiti fuzz/barocchi e le contaminazioni bizzarre.

Il talento c’è, le fumose fascinazioni da revival di genere anche. Manca forse solo un’identità chiara in grado di conciliare i tanti spunti offerti e di smorzare la limitante stravaganza di fondo. Non siamo troppo distanti dai Fuzz (si senta il monolite nerastro di “Count Your Fears”, o il singolo “Creature Feature”) anche se questo pastiche irrisolto ha dalla sua una più evidente fluidità, benefica poi solo fino a un certo punto, data la natura rigonfia e fuori registro di questo scorrere, o il tenore torbido e limaccioso delle distorsioni. Ad ogni modo, non si può negare che si tratti di una prova anomala e abbastanza coraggiosa, che intende nobilitare, attualizzandola, una certa cifra garage-rock californiana relativamente giovane ma già col fiato corto.
Rispetto all’esordio, Chad e compagni provano a spostarsi in una posizione periferica per poter esercitare una maggior libertà nel recupero di stilemi decotti, da manipolare poi nel modo più irriguardoso secondo i capricci della loro onnivora sensibilità. Forse è proprio questa l’unica possibile via di fuga per un genere altrimenti condannato a restare solo un (divertente) anacronismo per pochi.

Il nerbo è incoraggiante. Per restare all’amico e mentore, sembra in un certo senso di ascoltare una via di mezzo tra “Manipulator” ed “Emotional Mugger” al netto dei rispettivi difetti, sgravata cioè sia dell’elefantiasi manierista che dei più inutili vezzi da camuffamento formale, per sprigionare tutta la propria incontenibile e spurgante sarabanda elettrica (“Disciples”). Nonostante le lodevoli intenzioni pare far difetto, per paradosso, proprio la varietà di quell’anticonformismo radicale che sulla carta il trio ricercava. La rottura non è spinta fino alle sue più estreme conseguenze, così il giochino tende inevitabilmente alla ripetizione, e smette di meravigliare ben prima che il sipario sia calato.

Le evocazioni pseudofilosofiche affastellate nella mission sono scaltre come la fuffa sul conto di questa misteriosa Alice (“non una persona, bensì un’idea”), ma la solidità di un impianto che strizza sovente l’occhio anche ai veri campioni degli sconfinamenti psichedelici del garage – ovvero i Thee Oh Sees e i già citati Wand – riesce favorevolmente impressionante. In tal senso, è la lunga “Gyre” a rappresentare un po’ la croce e la delizia di questa incongrua astrazione, tra visionarietà rigogliosa, rancidume assortito, tortuose circonvoluzioni e vicoli ciechi. Eh sì, perché al di là di tutto, del simpatico raggiro concettuale, dei bei muscoli torniti o i fuorvianti tatoo sonici, il disco non va da nessuna parte e se ne compiace pure! Un congedo sublime à-la “Space Oddity” alimenta peraltro le credenziali del gruppo in seno a una scena in cui potrebbe trovarsi, un giorno, a dire cose piuttosto interessanti, se soltanto sceglierà una volta per tutte con che voce e in che lingua parlare.

(14/02/2017)

  • Tracklist
  1. The Burning Fields
  2. Kings 
  3. Alice  
  4. Creature Feature        
  5. Disciples        
  6. Scavenger      
  7. Touchless       
  8. Count Your Fears      
  9. Haunted History       
  10. Gyre   
  11. Fools Fold Their Hands (Grievous Evils Under the Sun)


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