Ty Segall

Ty Segall

2017 (Drag City) | garage-rock

Quando per un artista non esordiente arriva l’ora del fatidico album eponimo, è automatico pensare che quel disco nasca già con un carico supplementare di considerazioni sul proprio vissuto, qualcosa che era nei propositi del musicista fissare in forma di canzoni non senza una certa urgenza. Questo sarà anche solo un luogo comune, ma non è raro che lavori del genere si presentino ai propri ascoltatori con la fisionomia e le prerogative di un ideale consuntivo. Se il postulato si dimostra quasi invariabilmente valido per i cantautori, è tutto un altro paio di maniche quando lo si riferisca a rocker ironici e scapestrati come Ty Segall. Uno che, non a caso, un’opera intitolata col proprio nome l’aveva già licenziata quasi in avvio di carriera, ma che qui un paio di messaggi significativi sembra comunque lanciarli: in primis la rispolverata alla formazione tipo dei bei giorni che furono, con Charlie Moothart alla batteria e Mikal Cronin al basso, quindi le sorprese rappresentate da una terna di innesti di tutto rispetto, la chitarra di Emmett Kelly e il piano di Ben Boye (entrambi già sodali di Bonnie Prince Billy e attivi nel progetto Cairo Gang) oltre alla produzione affidata nientemeno che a Steve Albini.

Il biglietto da visita è una muraglia sonica a dir poco ragguardevole. Albini è evidentemente servito a fare tabula rasa per poter tornare in un certo senso alle origini, a quel sound sporco e diretto ma sgravato dalle tante sovrastrutture hard o prog imbarcate strada facendo. Quello di Ty riprende così a essere un rock a tutto tondo e al grado zero: ruggente, riverberatissimo, mordace e marziale, ancora bello grondante e smargiasso – persino anthemico, stando a quel che azzarda la furibonda opener “Break A Guitar” – ma sostanzialmente depurato dalle fuorvianti elucubrazioni della forma. Con “Freedom” il californiano arriva a rivendicare apertis verbis il diritto alla propria libertà, e la libertà nel suo caso corrisponde proprio alla rutilante veracità degli esordi, alle pedaliere pestate con festante efferatezza, al pentolame degli Epsilons, alla baldanza e all’ingenuità giovanile cui pareva aver rinunciato. Certo, il Nostro non sarebbe fino in fondo se stesso se non si concedesse il piacere di qualche marchiana esagerazione, come nei dieci minuti e passa di “Warm Hands (Freedom Returned)”, a mezza costa tra le rumorose digressioni beatlesiane di “Melted” e quell’inesorabile monolite vergato ormai cinque anni fa con la firma della sua Band.

A guidarne le mosse, oggi come allora, un’esaltante disinvoltura oltre a una potenza di fuoco ancora formidabile, a dispetto dei tanti dischi messi a referto nel frattempo. Così nelle sue scorribande belluine ma quanto mai divertite, Segall si diletta tra placide divagazioni e assalti frontali allo stato brado. L’ormai consueto corredo di stramberie si riduce però questa volta a una discontinua galleria di animazioni piuttosto che ai vezzi espressivi abbastanza indigesti del predecessore. L’impostazione del nuovo “Ty Segall” è piacevolmente didascalica e punta a fissare un breviario senza troppe pretese (ma, proprio per questo, abbastanza convincente), che spazi ad ampio raggio dal power-pop sghembo di “Papers” a quello più marezzato e molto west-coast della gemma “Take Care”, passando per le reminescenze della torbida e scurissima avventura Fuzz (“The Only One”), la barra fissata sul Lennon più rudemente rock’n’roll in un euforico e abrasivo clima sonoro da “non si fanno prigionieri”.

La sfuriata garage-punk “Thank You Mr. K”, con tanto di cocci rotti, amplia ulteriormente lo spettro dei riferimenti, pur senza piegare mai del tutto verso gli scenari post aperti non senza profitto dall’ultimo nato dei suoi progetti, i Gøggs, restando quindi più orientato all’ebbrezza della goliardata in quanto tale che non ai trastulli del filologicamente corretto, dell’omaggio appassionato e di genere. E se in “Orange Color Queen” riappaiono i cristalli acustici e blandamente psych di “Sleeper”, fatta salva un’intonazione ben più scanzonata di quella grave e compassata di allora, non manca con “Talkin’” un’insolita paginetta blues all’aceto: la fotografia mossa, come da copertina, di un Ty slabbrato, scazzato, persino invecchiato ma godibile come sempre, con quell’inflessione vagamente crepuscolare e un pianoforte che sembrano lì apposta per suggerirci di non prenderlo troppo sul serio.

No, non si tratta certo di un calcolato tirar le somme, quanto piuttosto di un autoritratto giudicato presumibilmente veritiero, rappresentativo diciamo. Potremmo anche sbagliarci ma l’impressione è che il golden boy e la sua ghenga non si deliziassero così tanto nel registrare un nuovo album da moltissimo tempo, da “Goodbye Bread” o giù di lì, e per chi ascolta dovrebbe valere lo stesso principio. Il ritorno all’intestazione eponima, forse, si spiega anche e soprattutto così.

(09/02/2017)

  • Tracklist
  1. Break A Guitar
  2. Freedom
  3. Warm Hands (Freedom Returned)
  4. Talkin'
  5. The Only One
  6. Thank You Mr. K
  7. Orange Color Queen
  8. Papers
  9. Take Care (To Comb Your Hair)
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