Jon Spencer deve proprio aver stretto un patto di sangue col demonio: a 53 anni “suonati” conserva un fascino giovanile, è il prototipo della moderna rockstar, ha una moglie invidiabile, ha imparato più o meno a suonare, canta da dio e ogni progetto che decide di portare avanti non è mai meno che interessante. Che possa proporre delle hit (come provocatoriamente proclamato dal titolo) è ovviamente un ironico controsenso per chi – come lui – ha sempre preferito disintegrare i dogmi e ricostruirli secondo la propria estetica, piuttosto che assicurarsi qualche passaggio radiofonico in più.
Oggi punta tutto sui super-riff di “Beetle Boots”, sulla meravigliosa enfasi di “Ghost” e sulla sana energia di “Overload” per confortare la nicchia che lo ha sempre sostenuto. Solo un paio di tracce superano i tre minuti, per il resto queste dodici hit immaginarie volano via che è un piacere, lasciando come retrogusto il sottile desiderio di riascoltare tutto dall’inizio. E noi continueremo a rotolarci nell’eccitante caos ordinato di “Trash Can” e nelle acide intersezioni spazio-temporali di “Alien Humidity”, pronte a lanciare in orbita la versione più noise mai udita dei Pixies.
Jon Spencer a questa tornata ospita sul proprio van carico di chitarre e pedali fuzz Sam Coomes dei Quasi, addetto a basso e synth, e il batterista M.Sord. E’ la prima volta che incide a proprio nome, e il risultato di questa sorta di esordio solista è il sound al quale ci ha abituati da tempo immemore: blues scorticati, scarnificati, destrutturati, sciolti nell’acido del punk, arsi al sole del garage-rock, ricostruiti attraverso quelle scosse telluriche mai affievolitesi, nonostante gli eccessi di una vita e l’avanzare dell’età.
17/11/2018
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