Ogni qualvolta quel disco blu pavone prende vita, l’aria si riempie di una cappa onirica, estatica e soleggiata come un pomeriggio d’agosto ma spettro, al contempo, di una bruma notturna satura di mestizia, che porta via lontano.
“Lazy Days” apre le danze nel modo migliore, con la levità che sarà il fil rouge di tutto l’album e percussioni che disegnano l’aria tra battiti ancestrali ed estatiche melodie dream-pop. Ci sono poi episodi più ariosi, come “Hands” e “You”, altri in cui la matrice elettronica si fa più intensa (“Missed”) e altri in cui piccole inquietudini fanno capolino, camuffate da una coltre di lisergico abbandono (“Fire Fall”, “Later”).
Discorso a parte meritano “Night Shift”, brano strumentale che dal vivo acquisisce una vigorosità inesprimibile, e “Clara”, fulgido emblema di quella commistione tra acustica ed elettronica cui accennavo prima. Pezzo ispirato, la cui bellezza è così esplicita, genuina e a portata di mano da lasciare straniti. Protagonista del video la timida danza di una coppia in una serra, a piedi nudi, metafora della ricerca di una stabilità emotiva, danza in cui si scopriranno poco a poco sempre più vicini, sempre più liberi.
Makai ha la capacità di scalpellare melodie praticamente perfette, muovendosi agilmente tra dicotomie catatoniche e basi elettroniche. L’equilibrio ammaliante e ben studiato sta alla base della compiutezza di “The Comfort Zone”, in cui ogni brano ha una sua identità pur nel contesto di un progetto estremamente coerente.
05/09/2018