Ne è passato di tempo da quando Steno e i suoi sono “scesi per le strade” di una Bologna laida oggi come allora. Non so voi, ma personalmente non ho mai stravisto per l’Oi!: troppo elementare la musica, troppo diretti i testi, troppo codificato il vestiario, troppo distante da me come argomenti e riferimenti. Detto ciò, è difficile disconoscere ai Nabat un ruolo tutt’altro che defilato nell’underground nazionale, e non solo per essere stati i primi in Italia a proporre autentico “punk di strada”. Lontana dalle ideologie precostituite ma irrorata da un anarchismo virile e proletario, la loro foga ha dato voce a un vuoto di potere simbolico: il grido soffocato di orde di umiliati e offesi cresciuti a calci sui denti, “nati per niente” esclusi da una Storia scritta da altri, per e contro di loro. Un messaggio non così divergente da quello del blues, come rivendicano loro stessi.
I destinatari non sono necessariamente miserabili, ma di sicuro marginali: troppo rudi per essere alternativi e troppo sensibili per essere teppisti. Sono gli abitanti di quelli che in Gran Bretagna chiamerebbero “suburbs” e che da noi sono periferie senz’altro meno disumane ma pur sempre difficili, eppure allo stesso tempo così ricche di suggestioni. Più che di San Donato, i Nabat sono San Donato, ex-quartiere operaio e inesauribile serbatoio di alterità. Un solo dato: non ho mai visto un posto con una simile concentrazione di sale prove (la più frequentata delle quali è gestita proprio dal Nostro, premuroso protettore di nuove leve). Per chi è cresciuto da quelle parti, più che una band sono un avamposto di civiltà, una voce morale a cui aggrapparsi per sopravvivere, sapendo di poterci sempre contare. Ma la storia dei Nabat è, in fin dei conti, quella di Bologna tutta: Steno che, in occasione della contestatissima parata dei Clash sponsorizzata dal Comune, dà il via al boicotaggio affermando di “parlare a nome dei nichilisti” (“nel senso di nichilismo russo”, puntualizzerà in seguito) rimane uno dei momenti salienti della controcultura cittadina e nazionale.
Repellenti per gran parte della boriosa intellighenzia alternativa, quelle liriche a base di cori da stadio e frasi sputate senza filtro hanno fissato a loro modo uno standard, invecchiando assai meglio di tanti proclami più strutturati. Nulla a che spartire con l’acida iconoclastia di molti colleghi: per i Nabat volare bassi (ma senza giocare al ribasso) è un punto d’orgoglio. Se gli Skiantos mandarono gambe all’aria la seriosità dei cantautori con le loro rime impossibili, i Nabat hanno liberato il punk da una strumentalizzazione intellettualistica che pareva ineluttabile, in un paese come il nostro. Tutto ciò, beninteso, nonostante i singoli membri siano tutt’altro che degli sprovveduti: per sincerarvene, provate a scambiare due parole con il frontman su qualsiasi argomento.
A molta gente la loro turgida prosopopea comunicherà poco: è pur sempre un linguaggio tribale, anche se non proprio per iniziati. Ciononostante, è evidente a tutti quanta vita vera pulsi dentro quelle canzoni scalmanate e contagiose, poesia da marciapiede senza un filo di retorica, missione così strenua da sconfinare nell’eroismo. Non ho mai amato l’Oi!, dicevo, ma il primo concerto dei Nabat a cui ho assistito è stato così intenso da commuovermi: tra teste rasate e corpi massicci, a venire ribadito per l’ennesima volta è il potere catartico di un rock’n’roll dritto al sodo come pochi. Schivando fino alla fine la polverizzazione hardcore, i Nabat sono rimasti coriacemente punk nelle intenzioni e nei fatti.
A 22 anni dal penultimo album e a 37 dal primissimo singolo, eccoli ancora qua. Cosa è cambiato? Niente, e meno male: una simile veracità è ormai merce rara. Pur aggiornata ai drammi del nuovo mondo del lavoro (“Voucher”), l’energia è quella di sempre, con “Hey Boot Boy” a mettere in guardia i nuovi ragazzacci e l’emozionante title track a riallacciare i fili di una vicenda ormai leggendaria, non senza puntate ironiche (i Ramones al ragù di “Quel Da Fêr”). Roca come quella di un padre bonario, la voce di Steno è la cartina di tornasole del personaggio: un Mike Ness che non assalta alle spalle, non tira colpi bassi e per un “fratello” si farebbe in quattro. E per la cronaca, l’apertura stile “Search And Destroy” di “Nessun amico” in altri tempi avrebbe fatto proseliti. Una lezione di “Scelta e coerenza” che non può che ispirare rispetto. Rozzi? Senz’altro. Necessari? Altrettanto. Lunga vita ai Nabat, ultimi cantori dell’altra Bologna.
27/02/2019